Yemen: centinaia di prigionieri tornano a casa

Pubblicato il 16 ottobre 2020 alle 8:32 in Arabia Saudita Yemen

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Circa 700 prigionieri yemeniti, affiliati al governo legittimo o ai ribelli sciiti Houthi, sono stati rilasciati, nella giornata del 15 ottobre, dalle prigioni di Seiyun, nel governatorato orientale di Hadramout, e della capitale Sana’a.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya, sono centinaia le famiglie yemenite che sono riuscite a riabbracciare i propri cari, grazie a quello che è stato definito uno dei maggiori scambi di prigionieri, che si presume darà nuovo impulso ai negoziati, guidati dalle Nazioni Unite, volti a raggiungere una tregua in Yemen. Nello specifico, il Comitato internazionale della Croce Rossa ha annunciato, al termine dell’operazione, che due aerei hanno viaggiato da Sana’a a Seiyun e viceversa, trasportando, in totale, circa 700 detenuti, in collaborazione con la Mezzaluna saudita e yemenita. Il direttore regionale del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), Fabrizio Carboni, ha rivelato che l’unica domanda comune che il CICR ha sempre ricevuto dai prigionieri, dalle loro famiglie e dai parenti, è stata: “Accadrà davvero?”. Come riferito da Carboni, la fase di preparazione al processo è durata circa due anni, mentre le procedure di scambio in corso potrebbero essere completate in due giorni, presumibilmente fino a venerdì 16 ottobre. Secondo quanto annunciato in precedenza dalla Croce Rossa e dai funzionari yemeniti, il numero totale di prigionieri rilasciati, da parte Houthi e dal governo legittimo yemenita, dovrebbe raggiungere quota 1.000.

Lo scambio dei prigionieri è uno dei punti stipulati nell’Accordo di Stoccolma del 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale i ribelli sciiti Houthi avevano accettato, tra le diverse clausole, di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Un altro punto riguarda lo scambio di prigionieri tra governo e ribelli, pari a circa 15.000 detenuti. Da un lato, il governo ha consegnato un elenco composto da 8.567 nomi all’inviato delle Nazioni Unite, mentre, dall’altro lato, gli Houthi hanno chiesto il rilascio di 7.000 prigionieri. Tuttavia, l’attuazione dell’accordo ha fin dall’inizio incontrato diversi ostacoli dovuti alla divergenza tra i firmatari circa l’interpretazione di una serie di disposizioni. Secondo una proposta avanzata dall’Onu, l’operazione dovrebbe avvenire in due fasi. In un primo momento sia il governo yemenita sia gli Houthi scambieranno 1.030 prigionieri, mentre successivamente ne verranno rilasciati altri 390 per ciascuna parte.

In tale quadro, il 16 febbraio 2020, a seguito di un meeting svoltosi in Giordania, nella capitale Amman, le Nazioni Unite avevano riferito che il governo yemenita e la controparte Houthi si erano detti concordi nell’attuare la prima fase di scambio dei prigionieri, in cui il numero di detenuti rilasciati da entrambe le parti avrebbe raggiunto quota 14.000. Tuttavia, le operazioni militari dei giorni successivi e l’escalation tuttora in corso ha ulteriormente ostacolato l’attuazione dell’intesa. Successivamente, il 26 settembre, il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale e i ribelli sciiti Houthi avevano confermato di aver raggiunto un accordo per lo scambio di 1.081 prigionieri, durante i negoziati organizzati sotto l’egida dell’Onu tra due delegazioni in Svizzera. 

Di fronte alle operazioni iniziate il 15 ottobre, l‘ambasciatore saudita in Yemen, Muhammad bin Saeed al-Jaber, si è detto speranzoso circa un prosieguo di ulteriori accordi tra le due parti belligeranti. Il portavoce delle forze della coalizione a guida saudita, il colonnello Turki Al-Maliki, ha poi specificato che sono stati 15 i prigionieri sauditi, oltre a 4 sudanesi, giunti nella base aerea di King Salman, a Riad, dopo essere stati rilasciati dai ribelli.  Al-Maliki ha espresso il suo apprezzamento per gli sforzi profusi dal Comitato internazionale della Croce Rossa e dall’Inviato speciale delle Nazioni Unite, volti ad attuare l’accordo relativo allo scambio di prigionieri.

Il completamento dell’accordo consentirebbe all’inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, di ottenere un primo risultato nella cornice della crisi yemenita. Il conflitto nel Paese mediorientale è scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. In tale quadro, il 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere il presidente Hadi, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.