Sudan: le proteste si trasformano in scontri, 8 morti a Kassala

Pubblicato il 16 ottobre 2020 alle 18:27 in Africa Sudan

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Almeno 8 persone sono state uccise e altre 30 ferite durante una manifestazione in Sudan, nella regione orientale di Kassala. Le proteste sono state scatenate dalla decisione del primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, di licenziare il governatore provinciale, Saleh Ammar, appartenente alla tribù dei Beni Amr. Tra le vittime, oltre ai manifestanti che si erano schierati dalla parte del funzionario locale, è stato individuato anche un membro delle forze di sicurezza.

“Pesanti scontri si sono verificati, giovedì 15 ottobre, tra i manifestanti e una forza congiunta dello Stato regionale di Kassala. Le violenze sono risultate nell’uccisione di 8 persone, incluso un membro delle truppe congiunte”, ha riferito ai giornalisti Faisal Mohamed Saleh, ministro dell’Informazione sudanese e portavoce del governo. Sahel ha poi specificato che, in seguito agli scontri, il governo centrale ha deciso di dichiarare uno stato di emergenza, della durata di tre giorni, nello Stato di Kassala.

Il licenziamento di Ammar, deciso martedì 13 ottobre, aveva già scatenato pesanti manifestazioni a Port Sudan e nella vicina Suakin, dove, secondo i dati dei medici locali, almeno persone 6 persone erano state uccise e altre 20 ferite. Nella notte di mercoledì 14 ottobre, il coprifuoco era stato imposto nelle due città portuali del Mar Rosso.

La nomina di Ammar a governatore dello Stato orientale di Kassala, risalente al 22 luglio, aveva suscitato fin da subito l’ira dei Beja, l’altra grande tribù della regione. Alla fine di agosto, 3 persone erano morte e un’altra decina erano rimaste ferite negli scontri successivi alla nomina. Da allora, le tensioni sono state sempre alte. Le manifestazioni di giovedì, organizzate per manifestare il dissenso verso il licenziamento di Ammar, erano state tuttavia approvate dal comitato di sicurezza dello Stato. Non è ancora chiaro, dunque, come le proteste si siano trasformate in scontri violenti tra i manifestanti e le forze di sicurezza.

La scorsa settimana, i membri della tribù Beja avevano bloccato i moli di Port Sudan, ancora di salvezza economica del Paese, per protestare contro l’accordo di pace, firmato il 3 ottobre a Juba, tra i gruppi ribelli e il governo. Il patto, che include una sezione sulla regione orientale di Kassala, è stato rigettato dai Beja perché temono che la loro tribù possa essere sottorappresentata negli organi legislativi ed esecutivi regionali, a vantaggio dei Beni Amr.

L’intesa raggiunta a Juba ha riguardato una serie di questioni spinose per il governo sudanese, quali la proprietà delle terre, risarcimenti e compensi ai ribelli in materia di ricchezza e condivisione del potere, così come il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni.

Porre fine ai conflitti interni è uno degli obiettivi cardine del governo transitorio del Sudan, con a capo il primo ministro Hamdok. Quest’ultimo, al potere dalla caduta del regime di Omar al-Bashir, deposto a seguito di sollevamenti popolari e all’intervento delle forze armate, l’11 aprile 2019, presiede un governo misto, composto da elementi civili e militari.

Il governo transitorio del Sudan è stato formato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del nuovo governo, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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