Sanzioni europee contro 6 funzionari russi per il caso Navalny

Pubblicato il 16 ottobre 2020 alle 17:45 in Europa Russia

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L’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno imposto sanzioni contro alcuni massimi funzionari russi, vicini al presidente Vladimir Putin, in seguito all’avvelenamento dell’oppositore del Cremlino, Alexei Navalny. Spinti da Francia e Germania, Londra e Bruxelles hanno preso di mira 6 cittadini russi e un centro statale di ricerca scientifica accusati di aver impiegato un agente nervino della famiglia Novichok, progettato per uso militare, contro il dissidente russo 44enne.

“Noi europei restiamo impegnati nella lotta contro le armi chimiche”, ha detto ai giornalisti il presidente francese, Emmanuel Macron, giunto giovedì a Bruxelles per un vertice con i leader di tutti i 27 Paesi del blocco.

Il capo di Stato francese ha voluto sottolineare che non negherà colloqui con Mosca qualora quest’ultima decidesse di collaborare. Il Cremlino, tuttavia, ha condannato le sanzioni europee, definendole una mossa deliberata e ostile contro la Russia, e ha promesso serie ritorsioni.  

A differenza dell’avvelenamento di un’ex spia russa, avvenuto in Gran Bretagna nel 2018, quando l’UE impiegò quasi un anno per sanzionare gli agenti dell’intelligence militare coinvolti nella vicenda, nel caso di Navalny, invece, il blocco ha deciso in tempi brevi le misure da intraprende e ha cercato di colpire quei funzionari che ritiene abbiano pianificato e contribuito a portare a termine l’operazione.

Il capo della direzione della politica presidenziale, Andrei Yarin, il primo vicecapo di stato maggiore di Putin, Sergei Kiriyenko, l’inviato di Putin in Siberia, Sergei Menyaylo, il direttore del Servizio di sicurezza federale russo, Alexander Bortnikov, e due viceministri della difesa sono le personalità colpite dalle sanzioni europee.

Mosca continua a respingere le accuse secondo cui Navalny sia stato avvelenato con un agente nervino della famiglia Novichok, in stile sovietico, e ha affermato che non c’è alcun motivo di imporre misure punitive. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che non c’è una logica nella decisione di Bruxelles e sostiene che le sanzioni danneggeranno seriamente i rapporti. Parigi e Berlino, tuttavia, insistono sul fatto che Mosca non abbia ancora fornito una spiegazione credibile per smentire la scoperta dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, la quale, a inizio ottobre, ha confermato la presenza di Novichok nel corpo di Navalny.

L’uomo, leader della Fondazione russa anticorruzione, aveva iniziato ad avvertire i primi malori il 20 agosto, durante un volo che lo avrebbe dovuto portare da Tomsk, in Siberia, a Mosca. L’uomo si era recato nella città siberiana per incontrare i propri alleati in vista delle elezioni regionali del prossimo settembre nella capitale. Ricoverato subito ad Omsk, l’oppositore era stato successivamente trasferito a Berlino, per volere della famiglia, nella clinica tedesca Charité. Dopo 32 giorni di ricovero, di cui 24 in terapia intensiva, Navalny è stato dimesso il 23 settembre. I suoi medici hanno assicurato che, sebbene le condizioni dopo l’avvelenamento siano state gravi, il paziente potrà riprendersi completamente.

La squadra dell’oppositore russo ha sempre insistito sul fatto che Navalny fosse stato deliberatamente avvelenato dalle autorità russe, accuse che il Cremlino ha respinto come “discorsi vuoti”. I medici russi in Siberia hanno fin dall’inizio assicurato che i test atti a individuare le sostanze velenose nel corpo di Navalny erano risultati tutti negativi e le cause del suo malessere dovevano essere riscontrate in uno squilibrio dovuto a disturbi metabolici e a un basso livello di zucchero nel sangue.

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Chiara Gentili

di Redazione

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