Il fatto più importante della settimana, Thailandia

Pubblicato il 16 ottobre 2020 alle 7:00 in Asia Thailandia

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Gli organizzatori delle proteste anti-governative thailandesi hanno dato il via, il 14 ottobre a Bangkok, ad una delle più importanti e partecipate manifestazioni dall’inizio delle loro proteste, a cui si sono unite decine di migliaia di persone e che sono rimaste pacifiche. Il giorno dopo, il governo della Thailandia ha imposto un rigido stato d’emergenza per ridimensionare gli eventi, rimuovendo le centinaia di manifestanti appostati di fronte agli uffici del primo ministro, Prayut Chan-ocha, del quale richiedono le dimissioni.

Ciò nonostante, nel corso della giornata del 15 ottobre, migliaia di manifestanti sono tornati a sfilare per le strade di Bangkok sfidando le limitazioni imposte dal governo. In particolare, i partecipanti alla protesta hanno invaso l’incrocio di Ratchaprasong, una delle aree commerciali più frequentate della capitale thailandese, occupandolo, incuranti degli appelli che provenivano dagli altoparlanti della polizia che invitavano la folla a disperdersi. I manifestanti chiedono che vengano liberati i leader delle proteste arrestati il giorno precedente

Dalle 04:00, ora locale, l’esecutivo thailandese ha fatto entrare in vigore un decreto con il quale ha imposto lo stato d’emergenza nel Paese. Il documento vieta raduni, per fini politici, di oltre cinque persone, prevede che la polizia, a sua discrezione, possa impedire alla popolazione l’accesso a determinate aree e proibisce la pubblicazione di notizie o di “altro tipo di informazioni elettroniche e mediatiche” contenenti messaggi in grado di “creare timori o distorcere intenzionalmente informazioni, generando incomprensioni che possano minare alla sicurezza nazionale, alla pace e all’ordine”. Nelle ore successive alla pubblicazione, i soldati dell’Esercito sono stati posizionati di fronte al Palazzo del Governo e al Parlamento, e, insieme alla polizia, hanno istituito più posti di blocco per impedire raduni. Il decreto è stato adottato dopo che, il 14 ottobre, al passaggio di un veicolo della casa reale la polizia ha dovuto trattenere la folla di manifestanti per consentirne il transito, durante il quale sono stati esternati segni di dissenso.

In seguito alle manifestazioni del 14 ottobre, alcuni leader del movimento pro-democrazia, tra i quali Arnon Nampa e Parit Chiwarak, noto come “il Pinguino”, sono stati arrestati insieme ad un totale di circa 20 persone e, secondo il nuovo decreto, potranno essere trattenuti fino a 30 giorni.

Le proteste del 14 ottobre erano state annunciate durante un week-end di mobilitazione, organizzato gli scorsi 19 e 20 settembre, al quale avevano partecipato, anche in quel caso, decine di migliaia di persone. In tale occasione, si era trattato della prima volta in cui le manifestazioni thailandesi erano passate dalla modalità di comizi localizzati a marce e dimostrazioni nelle strade e nelle piazze di Bangkok. Durante la manifestazioni del 19 e 20 settembre, la popolazione aveva messo nero su bianco le proprie richieste redigendo una lettera aperta indirizzata al re del Paese, Maha Vajiralongkorn, nella quale hanno richiesto le dimissioni del primo ministro in carica, Prayut Chan-ocha, e del suo governo. Le piazze hanno chiesto anche la stesura di una nuova costituzione più democratica e riforme monarchiche. Oltre alla lettera, i manifestanti avevano poi murato la “placca del popolo” accanto al palazzo reale, in piazza Sanam Luang, in cui sono incise le seguenti parole: “In questo luogo la popolazione ha espresso la propria volontà, ovvero che il Paese appartenga al popolo e non alla monarchia, come ci hanno fatto credere”. La placca doveva sostituirne un’altra che era scomparsa dal palazzo reale nel 2017 e con la quale si commemorava la fine della monarchia assoluta, avvenuta nel 1932, ma le autorità di Bangkok la avevano presto rimossa.

L’attuale primo ministro thailandese è un ex membro dell’Esercito nazionale che aveva preso il potere per la prima volta nel 2014, con un colpo di Stato con il quale aveva rovesciato l’allora premier, eletta democraticamente, Yingluck Shinawatra. Nel 2017, Prayut aveva poi adottato una nuova Costituzione ampliando i poteri della corona e conferendo all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato. Prayut è poi rimasto alla guida del Paese anche dopo le ultime elezioni nazionali, organizzate nel 2019, alle quali è risultato vincitore, nonostante in molti ritengano che le votazioni siano state manipolate in suo favore. Secondo alcuni osservatori, le mosse adottate il 15 ottobre dal governo di Prayut dimostrerebbero che il suo esecutivo non ha intenzione di negoziare con i manifestanti e che si è organizzato per reprimere il dissenso. La presenza dei militari di fronte agli edifici governativi ha poi destato timori rispetto alla possibilità di un ennesimo colpo di Stato nel Paese.

Per quanto riguarda il re, invece, la popolazione chiede la limitazione dei suoi poteri sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona. Dalla sua ascesa al trono nel 2016, il sovrano thailandese si sarebbe impossessato personalmente di beni della corona per un valore di 54 miliardi di dollari e avrebbe assunto il comando di due reggimenti di fanteria dell’Esercito. Oltre a questo, secondo più osservatori, la sua figura è poi criticata perché l’attuale monarca conduce una vita più mondana rispetto ai suoi predecessori, passa gran parte del suo tempo in Germania e non nel proprio Paese. Infine, il re è più volte intervenuto direttamente nella politica nazionale, venendo meno ad una concezione della corona come istituzione “al di sopra di questioni politiche”. Criticando pubblicamente il monarca, i manifestanti thailandesi hanno rotto un tabù relativo alla monarchia da sempre esistito nel Paese.  In Thailandia, rivolgere critiche contro le istituzioni reali è un reato, in base a quanto stabilito dalla legge di lesa maestà, la quale prevede pene fino a 15 anni di carcere per chi compie tale offesa, oltre a questo, la stessa Costituzione thailandese sancisce che alla monarchia spetti una posizione di venerazione.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militati e civili che si definiva Movimento del Popolo. Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di proteste a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

Le attuali proteste thailandesi sono nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio. Le richieste finora avanzate stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, stavolta la rabbia della popolazione sembra essere maggiormente radicata come dimostrano, ad esempio, gli inediti attacchi alla monarchia.

Parallelamente al fronte pro-democrazia va anche notato che, nel corso degli ultimi mesi di protesta e anche il 14 ottobre scorso, si sono radunati anche gruppi di sostenitori monarchici, promettendo di proteggere tale istituzione.

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

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