Thailandia: la stretta del governo sulle proteste

Pubblicato il 15 ottobre 2020 alle 10:19 in Asia Thailandia

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Il governo della Thailandia ha imposto un rigido stato d’emergenza per ridimensionare le proteste pro-democrazia, il 15 ottobre, rimuovendo centinaia di manifestanti appostati di fronte agli uffici del primo ministro, Prayut Chan-ocha, del quale richiedono le dimissioni. I manifestanti avevano annunciato che sarebbero restati per tre giorni di fronte al Palazzo del Governo ma la polizia anti-sommossa è presto intervenuta per liberare le strade e consentire agli operatori pubblici di pulirle,  anche in vista della visita del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Bangkok prevista proprio per il 15 ottobre.

L’esecutivo thailandese  ha varato un decreto entrato in vigore dalle 04:00, ora locale, del 15 ottobre, in base al quale sono stati vietati raduni, per fini politici, di oltre cinque persone ed è stato deciso che la polizia, a sua discrezione, può impedire alla popolazione l’accesso a determinate aree. Le nuove misure hanno poi proibito la pubblicazione di notizie o di “altro tipo di informazioni elettroniche e mediatiche” contenenti messaggi in grado di “creare timori o distorcere intenzionalmente informazioni, generando incomprensioni che possano minare alla sicurezza nazionale, alla pace e all’ordine”. Infine, con riferimento alle proteste, nel testo del decreto si legge: “È estremamente importante avere misure urgenti per rimediare a e fermare tale condotta, così che venga rispettata la legge e ripristinato l’ordine pubblico”. Nelle ore successive alla pubblicazione, i soldati dell’Esercito sono stati posizionati di fronte al Palazzo del Governo e al Parlamento, e, insieme alla polizia, hanno istituito più posti di blocco per impedire raduni.

Alcuni leader del movimento pro-democrazia, tra i quali Arnon Nampa e Parit Chiwarak, noto come “il Pinguino”, sono stati arrestati insieme ad un totale di circa 20 persone e, secondo il nuovo decreto, potranno essere trattenuti fino a 30 giorni. A dispetto delle nuove misure dell’esecutivo di Bangkok, molti manifestanti hanno affermato che non rispetteranno le restrizioni imposte e organizzeranno nuove proteste anche contro l’arresto dei propri leader. 

Il decreto è stato adottato in seguito alle manifestazioni del 14 ottobre, che sono state uno degli eventi di protesta a maggiore partecipazione dall’inizio dei movimenti popolari pro-democrazia. I manifestanti richiedono le dimissioni del primo ministro in carica e del suo governo, la stesura di una nuova costituzione più democratica e riforme monarchiche. Il 14 ottobre, proprio al passaggio di un veicolo della casa reale la polizia ha dovuto trattenere la folla di manifestanti per consentirne il transito, durante il quale sono stati esternati segni di dissenso. Proprio il blocco del veicolo reale è stato citato tra le motivazioni che hanno indotto il governo ad adottare lo stato d’emergenza.

Sebbene non sia chiaro se anche il re Maha Vajiralongkorn sia stato dentro al veicolo, una tale rimostranza della popolazione nei confronti della monarchia è una rarità in Thailandia, dove, rivolgere critiche alla corona è un reato, in base a quanto stabilito dalla legge di lesa maestà. Quest’ultima prevede pene fino a 15 anni di reclusione in carcere per chi compie tale offesa e la stessa Costituzione thailandese sancisce che alla monarchia spetti una posizione di venerazione. Ciò nonostante, i manifestanti thailandesi stanno, chiedendo la limitazione dei poteri del re sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona.

Dalla sua ascesa al trono nel 2016, l’attuale sovrano thailandese si sarebbe impossessato personalmente di beni della corona per un valore di 54 miliardi di dollari e avrebbe assunto il comando di due reggimenti di fanteria dell’Esercito. Oltre a questo, secondo più osservatori, la sua figura è anche criticata perché l’attuale monarca conduce una vita più mondana dei suoi predecessori, passa gran parte del suo tempo in Germania e non nel proprio Paese e perché sarebbe più volte intervenuto direttamente nella politica nazionale, venendo meno ad una concezione della corona come istituzione “al di sopra di questioni politiche”.

 Per quanto riguarda l’attuale primo ministro thailandese, invece, si tratta di un ex membro dell’Esercito nazionale che aveva preso il potere per la prima volta nel 2014, con un colpo di Stato con il quale aveva rovesciato l’allora premier, eletta democraticamente, Yingluck Shinawatra. Nel 2017, Prayut aveva poi adottato una nuova costituzione ampliando i poteri della corona e conferendo all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato. Prayut è poi rimasto alla guida del Paese anche dopo le ultime elezioni nazionali, organizzate nel 2019, alle quali è risultato vincitore, nonostante in molti ritengano che le votazioni siano state manipolate in suo favore.

Secondo alcuni osservatori, le mosse adottate il 15 ottobre dal governo di Prayut dimostrerebbero che il suo esecutivo non ha intenzione di negoziare con i manifestanti e che si è organizzato per reprimere il dissenso. La presenza dei militari di fronte agli edifici governativi ha poi destato più timori rispetto alla possibilità di un ennesimo colpo di Stato nel Paese.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militati e civili che si definiva Movimento del Popolo. Da allora, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di proteste a sostegno della democrazia che, nel 1973 e nel 1992, videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

Le attuali proteste thailandesi sono nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa poi nelle piazze dallo scorso 18 luglio. Le richieste finora avanzate stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, stavolta la rabbia della popolazione sembra essere maggiormente radicata come dimostrano, ad esempio, gli inediti attacchi alla monarchia.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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