Le spie di Bolsonaro alla Conferenza mondiale sul Clima

Pubblicato il 15 ottobre 2020 alle 8:14 in America Latina Brasile

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La delegazione inviata dal governo di Jair Bolsonaro alla COP25 , il Summit sul clima tenutosi a Madrid lo scorso dicembre, comprendeva almeno quattro membri dei servizi segreti brasiliani, secondo quanto rivela il quotidiano paulista Estadão. Durante l’incontro le spie hanno osservato le Ong, costantemente prese di mira dal presidente, dai rappresentanti brasiliani e da quelli delle delegazioni straniere. La politica ambientale è il grande tallone d’Achille della diplomazia brasiliana da quando Bolsonaro è presidente e non solo suscita critiche ma provoca anche perdite economiche.

I dubbi di Bolsonaro sulle ONG risalgono a molto tempo prima della sua elezione. Le ha ripetutamente accusate di far parte dei problemi ecologici dell’Amazzonia e di promuovere incendi nella più grande foresta pluviale del mondo per ottenere i loro scopi. Il governo di Brasilia sospetta anche delle attività che la Chiesa cattolica svolge in Amazzonia. Mesi prima del vertice in Spagna, il governo ha mobilitato i servizi segreti per monitorare gli incontri promossi dalla Conferenza episcopale per preparare il sinodo sull’Amazzonia. Agli occhi del presidente Bolsonaro, la gerarchia cattolica brasiliana, grande difensore degli indigeni, è troppo di sinistra.

Il governo brasiliano è preoccupato per l’immagine del suo presidente come un criminale ambientale perché ha anche effetti economici. Bolsonaro non vuole che la questione metta a rischio o addirittura faccia fallire la ratifica dell’accordo Mercosur-Unione Europe , che incontra già notevoli difficoltà da parte dei Ventisette. Altre conseguenze, invece, sono già evidenti, come ha ammesso martedì 13 ottobre il presidente della Banca Centrale del Brasile, spiegando che gli investimenti non tornano in Brasile alla stessa velocità delle altre economie emergenti a causa di “quella percezione in relazione a tutto ciò che è un’agenda di sostenibilità, oggi così diffusa in altri Paesi” – secondo quanto ha dichiarato alla CNN Brasile il presidente dell’ente, Roberto Campos Neto. Campos Neto ha parlato apertamente di “devastazione ambientale”.

Una trentina di grandi fondi internazionali che gestiscono quasi quattro trilioni di dollari hanno espresso in giugno alle autorità brasiliane la loro preoccupazione per la politica ambientale. Accelera la deforestazione e aumentano gli incendi mentre si indeboliscono gli organi di vigilanza da quando Bolsonaro è alla guida del Paese.

Oltre ad aver schierato centinaia di militari negli ultimi mesi per combattere gli incendi in Amazzonia, la sua politica in materia ambientale continua ad essere oggetto di polemiche. Lo stesso martedì 13 ottobre, il ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, ha difeso l’aumento del numero di bovini nel Pantanal in modo che mangiassero la boscaglia che funge da combustibile e peggiora gli incendi. Questo ricco ecosistema, situato nel sud-est dell’Amazzonia, è la più grande zona umida del mondo e ha perso un quarto della sua flora negli incendi di quest’anno, i peggiori nella storia registrata. La soluzione di farne zona di pascolo, secondo gli ecologisti, “sarebbe distruttiva”.

L’aumento degli incendi in Amazzonia e in questa stagione, soprattutto nel Pantanal, sono preoccupanti  per i loro effetti sui cambiamenti climatici, una questione che fino alla pandemia era in cima all’agenda politica europea.

Il vertice sul clima, che si è tenuto a Madrid nel dicembre 2019 dopo che il Brasile e il Cile hanno rinunciato ad ospitarlo, è stato il primo grande evento internazionale sull’ambiente in cui il Brasile ha partecipato dopo i devastanti incendi dell’estate del 2019 la cui gestione da parte di Bolsonaro ha aperto una notevole crisi diplomatica con la Francia, la Germania, la Norvegia e altri paesi, accusati di trattare il Sud America con “mentalità coloniale”.

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Italo Cosentino, interprete di portoghese

di Redazione

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