Italia-Libia: Di Maio risponde al Senato sul caso dei pescatori siciliani sequestrati da Haftar

Pubblicato il 15 ottobre 2020 alle 19:05 in Italia Libia

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Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha accusato l’amministrazione libica del generale Khalifa Haftar di “comportamenti inaccettabili” in seguito al sequestro di 18 pescatori, di cui alcuni italiani, da parte della Forze Navali dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), nelle acque del Mediterraneo.

Le motovedette libiche avevano fermato due pescherecci siciliani il primo settembre, portando i membri degli equipaggi a Bengasi, città controllata dalle forze di Haftar. I marinai sono stati accusati di essere entrati illegalmente nelle acque economiche della Libia, fatto contestato dall’Italia.

I parenti dei marinai, tra cui 8 italiani e diversi tunisini, si sono accampati, giovedì 15 ottobre, fuori dal Senato, a Roma, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso. “Detenere persone che violano una zona che si è autoproclamata esclusiva è inaccettabile”, ha detto Di Maio durante il question time. Dall’altro lato, Khaled al-Mahjoub, portavoce dell’Esercito nazionale libico di Haftar, ha riferito che i pescatori hanno agito illegalmente. “Entrare nelle acque economiche regionali è un crimine”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters.

Le zone di pesca nel Mediterraneo sono contestate dal 2005, quando l’allora leader della Libia, Muammar Gheddafi, aveva esteso unilateralmente le acque territoriali libiche da 12 a 74 miglia nautiche dalla costa. Haftar, che controlla la Libia orientale, sta cercando di imporre le stesse condizioni. Roma, tuttavia, non ha mai riconosciuto il confine libico modificato unilateralmente e l’armatore di uno dei due motopesca, Marco Marrone, riuscito a sfuggire al sequestro, ha riferito che le imbarcazioni si trovavano a 40 miglia a Nord da Bengasi quando sono state fermate dalla Marina di Haftar.

Dei 18 pescatori, 8 sono italiani mentre il resto possiede nazionalità differenti. La principale accusa che attualmente pende contro di loro è quella dell’ingresso illegale, senza autorizzazione, in acque economiche libiche, per scopi di pesca. Tuttavia, secondo fonti interne, i marinai potrebbero essere anche incriminati per traffico di sostanze stupefacenti. “Sono in corso delle analisi di laboratorio ordinate dalla pubblica accusa di Bengasi su alcuni dei materiali trovati sulle imbarcazioni”, ha spiegato un funzionario della Procura generale.

La Marina di Tobruk ha dichiarato che “non è la prima volta che barche di questo tipo violano le acque libiche”. “Le nostre imbarcazioni pattugliano il mare nazionale per proteggerlo dai ladri e da chiunque cerchi di minare la nostra sovranità e rubare la nostra ricchezza marina”, avevano avvertito le Forze Navali libiche, sottolineando che i militari di Haftar si sarebbero opposti a chiunque avrebbe cercato di avvicinarsi alle acque regionali del Paese nordafricano “in questi tempi difficili”.

Intanto il generale al Mahjoub, figura di spicco dell’LNA, ha dichiarato che “il comandante Haftar si rifiuta di liberare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima del rilascio dei giovani libici condannati dalle autorità di Roma a trent’anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani”. I marinai siciliani sarebbero dunque finiti nel mezzo di una trattativa tra il governo italiano e quello di Tobruk destinata a trasformarsi in un controverso “scambio di prigionieri”. I 4 detenuti libici, che nel Paese nordafricano sono promettenti calciatori, sono stati condannati dalla corte d’Appello del Tribunale di Catania a 30 anni di carcere per il coinvolgimento nella cosiddetta “Strage di Ferragosto”, che nel 2015 aveva portato alla morte di 49 migranti partiti su un barcone dalle coste della Libia.

L’Italia, da parte sua, ha fatto sapere che non accetta ricatti quando si tratta dei propri connazionali. “Non accettiamo ricatti: i nostri connazionali devono tornare a casa”, ha ribadito più volte il ministro degli Esteri italiano Di Maio.

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Chiara Gentili

di Redazione

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