Uganda: irruzione nell’ufficio del giovane rivale del presidente

Pubblicato il 14 ottobre 2020 alle 19:35 in Africa Uganda

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Il politico e musicista ugandese, Bobi Wine, ha affermato che le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nel suo ufficio, il 14 ottobre, per tentare di minare la sua candidatura alle elezioni presidenziali. 

Wine, il cui vero nome è Robert Kyagulanyi, ha raccontato che decine di poliziotti e soldati hanno fatto irruzione negli uffici del suo partito, il National Unity Platform (NUP), a Kamwokya, un sobborgo della capitale ugandese Kampala. Questi hanno confiscato documenti, oggetti e denaro contante, in quella che l’opposizione dice essere una campagna governativa contro la candidatura del musicista. Tra gli oggetti confiscati c’è anche un raccoglitore in cui si trovavano le firme raccolte per la presentazione della sua candidatura, oltre a 23 milioni di scellini, pari a circa 6.207 dollari. Anche del materiale promozionale come berretti, poster, magliette, penne e quaderni sono stati presi in custodia dalle autorità, per motivi non chiari. Un numero imprecisato di sostenitori era stato anche arrestato durante il raid. 

“È abitudine del presidente Yoweri Museveni e del suo regime intimidire il suo avversario più feroce soprattutto in vista delle elezioni”, ha affermato Bobi Wine. Tuttavia, la portavoce militare dell’Uganda, ha riferito che i locali del NUP a Kamwokya sono stati presi di mira per prelevare indumenti militari indossati illegalmente in pubblico. Invece, i funzionari di polizia non sono stati immediatamente disponibili per un commento. I sostenitori di Bobi Wine hanno utilizzato berretti rossi come simbolo distintivo. Successivamente, il governo ha classificato l’articolo come “tenuta militare” e ne ha vietato l’utilizzo civile.

Con la sua candidatura, Wine vuole mettere fine ai 34 anni di governo di Museveni, che lo hanno reso il terzo presidente da più a lungo al potere rimasto in Africa. Le elezioni sono previste per febbraio del 2021, ma le tensioni sono già aumentate. Bobi Wine è un avversario difficile da affrontare per il presidente ugandese. La sua età e la sua musica gli hanno fatto guadagnare un grande seguito nel Paese, che ha una popolazione a sua volta giovane, che conta 42 milioni di abitanti. Da quando ha espresso la sua ambizione a correre per la presidenza, la polizia e l’esercito hanno ripetutamente disperso le manifestazioni di Wine e anche picchiato e arrestato i suoi sostenitori, in altre occasioni. Tuttavia, il governo nega di usare la forza per mantenere Museveni al potere, affermando che il suo lungo incarico è dovuto a un forte sostegno popolare.

Già il 9 settembre, alcune organizzazioni per la tutela dei diritti umani avevano criticato il governo dell’Uganda, chiedendo di annullare una serie di restrizioni all’utilizzo dei social media, affermando che queste erano finalizzate a censurare i contenuti critici contro l’esecutivo, in vista delle elezioni presidenziali. L’autorità di regolamentazione nazionale, l’Uganda Communications Commission (UCC), aveva richiesto che tutti gli utenti dei social media impegnati in “servizi di comunicazione e trasmissione” dovessero ottenere una licenza, entro il 5 ottobre. Le condizioni per ottenere tale documento includono il pagamento di una quota annuale di 100.000 scellini, 27.14 dollari e l’accettazione di non impegnarsi in “distorsioni dei fatti” o pubblicare contenuti “che potrebbero creare insicurezza pubblica”. 

Amnesty aveva affermato che la misura “trasformerà i social media in un campo minato, con gli utenti che probabilmente si troveranno dalla parte sbagliata della legge”. L’UCC aveva precedentemente dichiarato che la limitazione in questione o si rivolge a persone molto seguite su piattaforme tra cui Twitter, Facebook, Instagram e YouTube. Tuttavia, Amnesty aveva subito sottolineato che la misura è eccessivamente ampia e ambigua e potrebbe potenzialmente colpire chiunque. È probabile che le autorità utilizzino l’obbligo di prendere di mira e reprimere le voci antigovernative durante le campagne, secondo Dorothy Mukasa, a capo di Unwanted Witness, un osservatorio sui diritti delle comunicazioni digitali con sede a Kampala.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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