Grecia: ministro degli Esteri in Iraq, si parla anche di Turchia

Pubblicato il 14 ottobre 2020 alle 17:24 in Grecia Iraq

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Il ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias, è in Iraq per incontrare il suo omologo, Fuad Hussein, e il presidente, Barham Salih, durante una visita ufficiale a Baghdad ed Erbil. I colloqui con la leadership politica irachena sono incentrati, ha precisato il Ministero di Atene, sul rafforzamento delle relazioni bilaterali e sulla valutazione della situazione nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Dendias è accompagnato nella sua visita dal viceministro degli Esteri, Kostas Fragogiannis.

Nella giornata di giovedì 14 ottobre, Dendias è a Baghdad per colloqui con Salih e con il primo ministro iracheno, Mustafa Al-Kadhimi. Successivamente, il ministro degli Esteri greco visiterà Erbil ed incontrerà il presidente e il primo ministro della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, rispettivamente Nechirvan Barzani e Marsour Barzani, nonché l’ex leader Masoud Barzani. Infine, secondo quanto programmato dal Ministero, inaugurerà il Consolato Generale di Grecia ad Erbil, alla presenza di funzionari locali.

“Quella di oggi è la prima visita di un ministro degli Esteri greco in Iraq dopo 22 anni”, ha dichiarato Dendias al suo arrivo nel Paese mediorientale. Durante una conferenza stampa con l’omologo Hussein, il ministro ha sottolineato che nella giornata sono stati firmati due memorandum d’intesa tra Grecia e Iraq, “a ben rappresentare la nostra volontà reciproca di rafforzare i rapporti bilaterali”, ha detto Dendias ai giornalisti.

Il ministro degli Esteri greco ha rimarcato il sostegno di Atene alla sovranità territoriale dell’Iraq e ha riferito di aver illustrato all’omologo iracheno gli ultimi sviluppi nel Mediterraneo orientale, alla luce della “diplomazia delle cannoniere” messa in atto dalla Turchia. “Credo che ora sia più evidente che mai il fatto che la Turchia stia agendo come un distruttore della pace e della stabilità nella regione. Virtualmente, ogni crisi e ogni situazione problematica nell’area, come il Nagorno-Karabakh, la Libia, la Siria, Cipro, il Mediterraneo orientale, ma anche l’Iraq, hanno un minimo comune denominatore: la Turchia”, ha affermato Dendias con tono deciso.

Le dichiarazioni del ministro greco fanno pensare che un riavvicinamento tra Atene e Ankara, in cui avevano sperato di recente la NATO e l’Unione Europea, sia ancora lontano. Domenica 11 ottobre, Ankara ha deciso di riportare la sua nave da ricerca sismica, la Oruc Reis, nelle acque vicino a Kastellorizo, l’isola greca davanti alle coste della Turchia, per effettuare esplorazioni energetiche. L’operazione, che durerà almeno dieci giorni, è stata fortemente criticata dalla Grecia, che considera quelle acque parte della propria piattaforma continentale. “Si tratta di una grave minaccia alla pace e alla sicurezza dell’area”, aveva riferito il Ministero degli Esteri greco al momento dell’annuncio, domenica 11 ottobre.

A fine settembre, quando Grecia e Turchia sembravano prossime ad un dialogo, Ankara aveva deciso di ritirare la Oruc Reis dalle acque contese, facendola ritornare nelle coste turche. “Se abbiamo riportato la Oruc Reis al porto, tutto questo ha un significato”, aveva detto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in tale occasione, precisando: “Significa che diamo una chance alla diplomazia, mostriamo un approccio positivo!”.

La mossa di domenica 11 ottobre, tuttavia, mostra, a detta di Atene, che la Turchia è “inaffidabile” e che “non vuole veramente un dialogo”. Il governo di Ankara ha risposto che la Grecia non ha il diritto di opporsi alle attività che si svolgono in quella parte del Mediterraneo orientale, che le autorità turche ritengono compresa nella propria piattaforma continentale.

Turchia e Grecia, entrambi membri della NATO, sono in disaccordo sui diritti di sfruttamento delle risorse di idrocarburi nella regione per via di opinioni contrastanti sull’estensione delle loro piattaforme continentali. Le acque, punteggiate principalmente da isole greche, sono ricche di gas e la delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive è fonte di controversia tra Turchia, Grecia e Cipro. 

Le mosse di Ankara sono fonte di preoccupazione anche per l’Iraq. Il bersaglio della Turchia è rappresentato dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan, un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno. Per Ankara, l’Unione Europea e per gli Stati Uniti, tale Partito è da considerarsi un’organizzazione terroristica. Gli episodi di insorgenza del PKK in Turchia hanno avuto inizio già nel 1984, con l’obiettivo di rivendicare i diritti della minoranza curda nel Paese. Sin da tale anno, i territori montuosi dell’Iraq settentrionale sono testimoni di tensioni.

La Missione delle Nazioni Unite di assistenza in Iraq (UNAMI) ha affermato, ad agosto, che l’escalation al confine iracheno-turco e la continua perdita di vite umane sono motivo di grande preoccupazione. Per tale motivo, UNAMI ha chiesto “moderazione” e ha esortato le parti a dialogare, considerato il modo migliore per garantire una sicurezza sostenibile ai confini tra i due vicini, nel pieno rispetto della sovranità nazionale. Anche i ministri degli Esteri di diversi Paesi del mondo arabo hanno sottolineato il pieno sostegno alla sicurezza e alla sovranità dell’Iraq, condannando gli attacchi turchi e chiedendo la cessazione immediata di qualsiasi operazione militare turca sulle terre irachene.

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Chiara Gentili

di Redazione

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