Gli Stati Uniti si sentono più sicuri in Iraq

Pubblicato il 14 ottobre 2020 alle 20:51 in Iraq USA e Canada

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Il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha sottolineato i progressi fatti dal governo dell’Iraq nella protezione dell’ambasciata statunitense a Baghdad, minacciata dalle milizie musulmane sciite irachene sostenute dall’Iran.

“Siamo felici che gli iracheni stiano facendo di più per fornire maggiore sicurezza alla nostra squadra sul campo”, ha affermato Pompeo in una conferenza stampa presso il Dipartimento di Stato, il 14 ottobre. Tuttavia, il segretario non ha chiarito se Washington ha ancora intenzione di chiudere la sua ambasciata nel Paese, come precedentemente minacciato. Alla luce dei recenti progressi, un giornalista ha fatto una domanda proprio sul mantenimento della sede diplomatica. In particolare, si è fatto riferimento alla dichiarazione di un portavoce di Kataib Hezbollah, uno dei più importanti gruppi sciiti in Iraq. L’11 ottobre, il rappresentante della milizia irachena aveva affermato di aver sospeso gli attacchi missilistici contro le forze degli USA, a condizione che il governo iracheno presenti un calendario per il ritiro delle truppe statunitensi.

Pompeo non ha risposto in modo specifico alla domanda del giornalista, ma sembrava dubbioso sulle intenzioni di Kataib Hezbollah. “Abbiamo una serie di gruppi canaglia che ora avrebbero promesso di non violare la sovranità del popolo iracheno e di non prendere di mira i diplomatici statunitensi che sono impiegati a supporto del popolo iracheno”, ha affermato Pompeo. Gli Stati Uniti avevano avvertito l’Iraq di essere intenzionati a chiudere la propria ambasciata a Baghdad, entro 3 mesi, il 28 settembre. Pompeo aveva lanciato l’avvertimento in una serie di chiamate al presidente iracheno, Barham Salih, e al primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. L’ambasciatore statunitense in Iraq, Matthew Tueller, aveva poi parlato con il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein, e aveva affermato che la decisione era stata voluta direttamente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. 

Tuttavia, alcuni funzionari iracheni avevano specificato che gli Stati Uniti hanno informato le autorità irachene sui primi provvedimenti preliminari, in modo da poter chiudere l’ambasciata nei mesi successivi, mantenendo il suo consolato a Erbil, la capitale della regione curda dell’Iraq. Allo stesso tempo, Washington, il 9 settembre, aveva annunciato una riduzione delle proprie truppe in Iraq, da 5.200 a 3.000 soldati. Per gli Stati Uniti, il ritiro rientra nelle promesse elettorali fatte da Trump durante la campagna presidenziale del 2016, quando aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite” degli USA. Tuttavia, nonostante alcune riduzioni, rimane una presenza massiccia di soldati statunitensi in Paesi come Afghanistan, Iraq e Siria. Per Baghdad, invece, la diminuzione della presenza straniera sul territorio nazionale soddisfa le richieste della popolazione e del Parlamento.

A partire da ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filo-iraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.  La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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