In Cina, il coronavirus ha aumentato la popolarità di Xi Jinping

Pubblicato il 14 ottobre 2020 alle 12:21 in Asia Cina

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In Cina, nelle ultime 24 ore, sono stati registrati 20 nuovi casi di positività al coronavirus, di cui 14 sono arrivati dall’estero, mentre 6 sono state infezioni trasmesse localmente, tutte nella provincia Nord-orientale dello Shandong, dove i casi registrati sono legati ad un focolaio individuato il 12 ottobre nella città di Qingdao. Ad oggi, la Cina è riuscita a mantenere un basso livello delle trasmissioni locali registrando dati del contagio inferiori rispetto alla maggior parte dei Paesi a livello internazionale.

ll dibattito rispetto alla gestione dell’emergenza sanitaria in Cina ha visto più attori della comunità internazionale assumere una posizione contraria e, in alcuni casi di condanna, nei confronti della leadership cinese. Tuttavia, secondo un’analisi proposta da The Diplomat, la popolarità all’interno del proprio Paese del presidente cinese, nonché segretario del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, sarebbe al contrario aumentata dall’inizio della pandemia.

Quando il coronavirus ha iniziato a diffondersi in Cina dalla città di Wuhan, nello Hubei, dal dicembre 2019, più osservatori esteri avevano affermato che la pandemia avrebbe innescato una crisi di legittimità proprio nei confronti del presidente Xi, che è anche presidente delle Commissioni militari centrali tanto del PCC tanto dello Stato, in quanto pensavano sarebbe stato ritenuto responsabile del mancato arginamento della diffusione del virus.

Inizialmente, nei mesi tra gennaio e marzo 2020, soprattutto tramite i canali mediatici, la popolazione cinese aveva espresso rabbia e frustrazione nei confronti del governo per la gestione dell’emergenza, culminate con il caso della morte per coronavirus di uno tra i dottori che per primi avevano lanciato l’allarme sulla presenza di un virus sconosciuto, Li Wenliang, e che era stato ripreso dalla polizia di Wuhan per “aver fatto commenti falsi su internet”. Allo stesso modo, anche esponenti del mondo accademico e intellettuali cinesi avevano criticato la condotta degli esponenti del governo nella gestione iniziale della crisi. Ciò nonostante, da metà marzo gli utenti del web cinesi, i cosiddetti “netizen”, avevano iniziato a mostrare un’attitudine positiva e fiduciosa rispetto alla gestione del coronavirus da parte della Cina, soprattutto se paragonata a quella adottata da altri Paesi. Oltre a questo, una ricerca condotta dalla York University ad aprile, ha dimostrato che lo stesso atteggiamento dei netizen cinesi potesse essere riscontrato anche sui cittadini che si sono detti soddisfatti della gestione adottata dalla leadership cinese.

Un tale cambio di atteggiamento, secondo The Diplomat, potrebbe avere due spiegazioni distinte. La prima è che la popolazione cinese tende ad essere maggiormente critica della performance dei governi a livello locale anziché centrale, tant’è vero che, anche nel caso del coronavirus, la maggior parte delle lamentele era stata indirizzata alle autorità locali piuttosto che a quelle centrali. Ad esempio, la maggior parte della popolazione ha criticato e incolpato il governo cittadino di Wuhan e quello provinciale dello Hubei per non aver attribuito la giusta importanza alla gravità della situazione epidemica riscontrata sotto le loro giurisdizioni. A differenza di quanto si credesse al di fuori della Cina, l’autorità del presidente Xi non è mai stata messa in discussione e la rabbia della popolazione non è mai stata indirizzata alla sua figura.

La seconda motivazione riscontrata sarebbe data dal fatto che la popolazione cinese tende ad applicare un’attitudine definita da alcuni studiosi come “nazionalismo liberale” che consisterebbe, da un lato, in un attitudine liberale rispetto a questioni di politica interna, che prevede quindi anche dure critiche alle autorità locali, e dall’altro in un attitudine nazionalista in politica estera, che si rivela in un atteggiamento aggressivo e di difesa rispetto a critiche straniere rivolte al Paese, al presidente o anche al PCC.

A tal proposito, secondo The Diplomat, le autorità centrali cinesi avrebbero saputo gestire in proprio favore la censura dei contenuti sul web. Da un lato non avrebbero limitato le critiche ai governi di livello locale ma anzi le avrebbero incoraggiate con iniziative come quella adottata, ad esempio, dal Consiglio di Stato cinese che aveva lanciato un appello per la comunicazione di casi di cattiva gestione o di insabbiamento delle informazioni riscontrate a livello locale. Dall’altro lato, invece, le autorità cinesi avrebbero promosso notizie che sottolineavano la gravità dell’epidemia in altri Paesi come gli Stati Uniti o quelli dell’Europa occidentale mentre la Cina stava procedendo ad un progressivo contenimento dei contagi.

Di fronte ad una tale configurazione, l’analisi proposta dimostrerebbe una crescita di popolarità tra i suoi cittadini per il presidente cinese Xi, nonostante la pandemia, soprattutto se paragonato ad alti leader esteri. Tuttavia, all’interno del Paese tra le cerchie di intellettuali e le élite vi sarebbe un sentimento di scontento verso la sua figura e verso la concentrazione dei poteri nella sua persona. Secondo un’ex-professoressa della Scuola Centrale di Partito del PCC, ora residente negli USA, Cai Xia, in molti starebbero aspettando un passo falso del presidente Xi per determinare un cambiamento interno alle dinamiche di potere del PCC.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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