UE: sanzioni contro la Russia per il caso Navalny

Pubblicato il 13 ottobre 2020 alle 13:26 in Europa Russia

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L’Unione Europea ha raggiunto un accordo politico per punire Mosca con nuove sanzioni dopo le accuse di avvelenamento del leader dell’opposizione russa, Alexei Navalny. I ministri degli Esteri dei 27 Paesi del blocco, riuniti a Lussemburgo nell’ambito del Consiglio Affari Esteri, per discutere di questioni internazionali e delle relazioni con la Russia, hanno accettato di attuare la proposta franco-tedesca sulle misure restrittive contro i responsabili del tentato omicidio.

Il capo della politica estera dell’UE, Josep Borrell, ha dichiarato ai giornalisti, dopo l’incontro, che le misure saranno messe in atto dagli organi tecnici del Consiglio europeo. “È stata un’accettazione completa e unanime da parte di tutti gli Stati membri. Tutti hanno sostenuto la proposta”, ha affermato Borrell.

Anche il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha confermato la decisione europea, dichiarando che “i Paesi membri hanno accettato di emanare sanzioni contro gli individui che consideriamo responsabili di questa violazione del diritto internazionale”. “È importante che l’UE mostri unità riguardo a un crimine così grave e oggi è stato fatto”, ha aggiunto.

La scorsa settimana, Germania e Francia hanno accusato Mosca di essere coinvolta nell’avvelenamento di Navalny. “Parigi e Berlino hanno chiesto più volte alla Russia di fare luce sulle circostanze del crimine e su coloro che lo hanno perpetrato. Finora, tuttavia, il Cremlino non ha fornito alcuna spiegazione credibile”, si legge in una dichiarazione congiunta del ministro Maas e del suo omologo francese Jean-Yves Le Drian. “In questo contesto, non c’è spiegazione plausibile per l’avvelenamento di Navalny che non comporti una responsabilità e un coinvolgimento della Russia”, continua la nota.

Anche l’Organizzazione per la Proibizione delle armi chimiche (OPAC) ha affermato che i campioni di sangue prelevati dall’oppositore russo confermavano la presenza nel corpo dell’uomo di un agente nervino della famiglia Novichok, una neurotossina utilizzata nell’era sovietica. Navalny, attivista 44enne, leader della Fondazione anticorruzione, aveva iniziato ad avvertire i primi malori il 20 agosto, durante un volo che lo avrebbe dovuto portare da Tomsk, in Siberia, a Mosca. L’uomo si era recato nella città siberiana per incontrare i propri alleati in vista delle elezioni regionali del prossimo settembre nella capitale. Ricoverato subito ad Omsk, l’oppositore era stato successivamente trasferito a Berlino, per volere della famiglia, nella clinica tedesca Charité. Dopo 32 giorni di ricovero, di cui 24 in terapia intensiva, Navalny è stato dimesso il 23 settembre. I suoi medici hanno assicurato che, sebbene le condizioni dopo l’avvelenamento siano state gravi, il paziente potrà riprendersi completamente.

La squadra dell’oppositore russo ha sempre insistito sul fatto che Navalny fosse stato deliberatamente avvelenato dalle autorità russe, accuse che il Cremlino ha respinto come “discorsi vuoti”. I medici russi in Siberia hanno fin dall’inizio assicurato che i test atti a individuare le sostanze velenose nel corpo di Navalny erano risultati tutti negativi e le cause del suo malessere dovevano essere riscontrate in uno squilibrio dovuto a disturbi metabolici e a un basso livello di zucchero nel sangue.

Nel corso del Consiglio Affari Esteri di lunedì 12 ottobre, i Paesi del blocco hanno altresì parlato delle recenti tensioni nel Mediterraneo orientale e della situazione tra Armenia e Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh. Riguardo al primo punto, i ministri degli Esteri hanno condannato le ultime mosse della Turchia, ritenute dannose per il dialogo e il rappacificamento con la Grecia. “Questo porterà a nuove tensioni invece di contribuire agli sforzi di allentamento che chiediamo”, ha detto Borrell ai giornalisti. Il riferimento va alla decisione del governo di Ankara di riportare la sua nave da ricerca sismica, la Oruc Reis, nelle acque vicine all’isola greca di Kastellorizo, per condurre esplorazioni energetiche, e alla scelta di sostenere la riapertura, in un momento così critico per i rapporti con Atene, della controversa spiaggia cipriota di Varosha, rimasta abbandonata fin dal 1974, anno dell’occupazione turca della parte settentrionale dell’isola.

Relativamente ai recenti scontri tra armeni e azeri nella regione del Nagorno-Karabakh, Borrell ha riferito, a nome dell’UE: “Stiamo discutendo su come potremo fornire supporto al cessate il fuoco concordato il 10 ottobre”. I ministri degli Esteri del blocco hanno sottolineato che tutti gli attori regionali dovrebbero aiutare a fermare il confronto armato e contribuire alla pace. In più, ha evidenziato Borrell, gli sforzi del Gruppo di Minsk dell’OSCE, co-presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, non dovrebbero essere influenzati dalle sanzioni europee contro Mosca.

La situazione tra Armenia e Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh è degenerata il 27 settembre. Da quel giorno ci sono battaglie continue sulla linea di contatto. È stata introdotta, in entrambi i Paesi, la legge marziale. La mobilitazione generale è stata decretata dai governi di Erevan e Stepanakert, mentre l’Azerbaigian ha proclamato una mobilitazione parziale. Stapanakert, capitale della Repubblica di Artsakh (nome ufficiale della repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh sin dal 1992), è stata bombardata diverse volte dall’inizio del conflitto. Morti e feriti si contano anche tra la popolazione civile da entrambe le parti.

Armeni e azeri si contendono il Nagorno-Karabakh dal febbraio 1988, quando la regione, a maggioranza armena, ha annunciato la sua secessione dalla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato del 1991-94, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e di sette regioni adiacenti. Dal 1992, sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro del Gruppo di Minsk.

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Chiara Gentili

di Redazione

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