Nagorno-Karabakh: l’Armenia denuncia il proliferare di terroristi nella regione e teme nuovo genocidio

Pubblicato il 13 ottobre 2020 alle 9:33 in Armenia Azerbaigian

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La ridistribuzione di miliziani di gruppi radicali siriani e libici da parte della Turchia nel Nagorno-Karabakh e nelle regioni circostanti potrebbe far esplodere il terrorismo nella regione e in tutto il Caucaso. A lanciare l’allarme è il ministro degli Esteri armeno Zohrab Mnatsakanyan da Mosca, dove ha preso parte a un vertice con la controparte russa e a un incontro con i co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE.

“Dopo aver fatto ricorso all’assistenza di terroristi filo-turchi, l’Azerbaigian è diventato la piattaforma utilizzata dalla Turchia per espandere la sua influenza e il focolaio del terrorismo internazionale nella nostra regione. La decisione politica di fomentare e incoraggiare le organizzazioni terroristiche e consentire loro il passaggio nel Caucaso meridionale può portare a una nuova esplosione di violenza e terrorismo nella nostra regione ed oltre i suoi confini” – ha affermato il capo della diplomazia di Erevan dopo i colloqui con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

Mnatsakanyan ha affermato che la ridistribuzione dei guerriglieri dalla Siria e dalla Libia in Azerbaigian da parte della Turchia è stata dimostrata non solo dalle autorità dell’Armenia, ma anche “registrata e denunciata dalla comunità internazionale”.

In precedenza anche la Francia aveva affermato che le prove che Ankara trasportasse terroristi nella zona degli scontri erano “inoppugnabili”. Da alcune settimane sui social network girano immagini postate dagli stessi jihadisti che combattono contro gli armeni in Karabakh.

Le autorità di Erevan denunciano il rischio di un “nuovo genocidio”, dopo quello del 1915-17 avvenuto nell’Impero Ottomano per decisione dei governanti Giovani Turchi -Enver, Talaat e Djemal Pasha- che portò alla deportazione delle comunità armene dell’Anatolia e alla morte di almeno un milione di persone. 

Gli armeni temono che, se gli azeri dovessero avanzare nel Nagorno-Karabakh, si ripetano i pogrom che ebbero luogo in Azerbaigan alla caduta dell’Unione Sovietica. Nel 1988, quando il Nagorno-Karabakh chiese di separarsi dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, a Sumgait, cittadina industriale a nord di Baku, fu organizzato un pogrom anti-armeno, che le autorità locali definirono “spontaneo”, sebbene le inchieste giornalistiche dimostrarono il contrario. La popolazione di etnia armena fu attaccata a casa e sul luogo di lavoro. Secondo le autorità sovietiche 32 persone furono uccise e oltre 200 donne subirono violenza. Il numero reale di morti è calcolato dalle organizzazioni internazionali attorno alle 200 persone. Dopo diversi giorni di violenze intervenne l’Armata Rossa. Negli stessi giorni anche a Kirovabad, oggi Ganja, ebbe luogo un pogrom anti-armeno.

Nel gennaio 1990, un secondo pogrom anti-armeno, a Baku, costò la vita ad almeno 48 persone (70 secondo altre fonti). Il 12 gennaio 1990 scoppiò un pogrom durato poi sette giorni contro la popolazione civile armena di Baku durante il quale gli armeni furono picchiati, assassinati ed espulsi dalla città.  Vi furono anche molte incursioni negli appartamenti, rapine e incendi. Secondo il reporter Robert Kushen, di Human Rights Watch “l’azione non è stata del tutto (o forse per niente) spontanea, poiché gli aggressori avevano elenchi di armeni e i loro indirizzi”. Dal 19 gennaio l’Armata rossa intervenne in città per sedare i disordini. A seguito degli episodi di violenza gli oltre 200.000 armeni di Baku lasciarono la città.

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Italo Cosentino, interprete di russo

 

di Redazione

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