Iraq: le Brigate di Hezbollah aggiungono condizioni per la tregua

Pubblicato il 13 ottobre 2020 alle 9:49 in Iran Iraq USA e Canada

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Le milizie filoiraniane, e, nello specifico, le cosiddette Brigate di Hezbollah, hanno aggiunto condizioni per la tregua annunciata l’11 ottobre. La principale richiesta resta il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq.

In particolare, secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya il 12 ottobre, Abu Ali al-Askari, funzionario della sicurezza delle milizie, ha affermato, sul proprio account Twitter, che i suoi seguaci avrebbero minato l’accordo e sarebbero ritornati ad attaccare nel caso in cui le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) e gli altri gruppi ad esse affiliati fossero presi di mira da qualsiasi altro gruppo o fazione, comprese le forze irachene stesse. Ciò giunge dopo che, l’11 ottobre, il portavoce del gruppo armato filoiraniano Kataib Hezbollah, “Brigate di Hezbollah”, Mohammed Mohi, ha rivelato che tutte le fazioni “della resistenza anti-USA” in Iraq hanno presentato, al governo di Baghdad, una proposta di cessate il fuoco su condizioni.

Nello specifico, tali forze si sono impegnate a porre fine ad attacchi e offensive contro le forze statunitensi stanziate in Iraq se le autorità di Baghdad presenteranno un programma in cui verranno definite le date per l’espulsione delle truppe di Washington dal Paese. Le milizie filo-Teheran, in una chiara rivendicazione degli attacchi compiuti contro obiettivi statunitensi, non hanno dato una scadenza specifica per la presentazione di tale programma, ma hanno successivamente specificato che un prerequisito necessario al rispetto della tregua è la sospensione di attacchi da parte irachena o di altri gruppi, e l’applicazione di quanto proposto in Parlamento il 5 gennaio 2020.

La tregua annunciata l’11 ottobre giunge dopo che, nel corso dell’ultimo anno, a partire dal mese di ottobre 2019, sono stati perpetrati più di 30 attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.  La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

Non da ultimo, il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno avvertito l’Iraq che l’attuale amministrazione è intenzionata a chiudere la propria ambasciata a Baghdad, entro tre mesi, a meno che il governo iracheno non fermi l’ondata di attacchi missilistici lanciati dalle milizie sciite. Di fronte a tale ipotesi, il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, si è impegnato a salvaguardare la sicurezza delle missioni straniere in Iraq e a limitare il possesso di armi alle sole forze governative. Il timore è che una mossa simile possa spingere anche altri Paesi a ritirare i propri rappresentanti diplomatici dall’Iraq.

Per al-Kadhimi, chiudere le ambasciate straniere nel Paese equivale a porre fine alla cooperazione economica e militare con i propri partner, in un momento in cui l’Iraq sta affrontando grandi sfide. In tale quadro, il 6 ottobre, il primo ministro iracheno ha riferito di aver formato una commissione che si occuperà di indagare sulle violazioni del “prestigio” dell’Iraq, ovvero di quegli episodi che hanno minato la sicurezza, la dignità e la sovranità irachena, contro obblighi stabiliti a livello internazionale, rischiando di minare le relazioni internazionali dell’Iraq e il futuro del Paese. Il riferimento va altresì alle tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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