Cina-Italia: “Da Pechino guardano anche a Taranto”

Pubblicato il 12 ottobre 2020 alle 12:33 in Cina Italia

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Il porto italiano di Taranto, in Puglia, è un punto focale per gli interessi cinesi nel Mediterraneo dove far confluire più iniziative, nel quadro del grande progetto di investimenti e infrastrutture delle Nuove Vie della Seta, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping, nel 2013 e al quale l’Italia ha aderito dal marzo 2019. Da un lato, alcuni vedono nei finanziamenti cinesi un’opportunità di rilancio per la città pugliese mentre altri vi percepiscono una minaccia e, negli ultimi m,esi, il dibattito a riguardo è tornato ad accendersi.

In occasione della sua partecipazione all’International Import Expo di Shanghai, il 6 novembre 2019, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, aveva annunciato che il porto di Trieste avrebbe firmato un accordo con il colosso cinese delle costruzioni, la China Communications Construction Company (CCCC), affermando: “Significa che a Pechino sono interessati a investire da noi per la Via della Seta marittima, guardano anche a Taranto”. Da allora, si è acceso il dibattito sulla presenza cinese a Taranto, vista dai critici come un tentativo di “svendere” il porto italiano a Pechino.  

Lo scorso 21 maggio, l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, Mino Borraccino, aveva risposto a tali timori sostenendo che: “Il porto di Taranto è e resterà saldamente in mani italiane: gli allarmismi di questi giorni sono infondati”. Successivamente, l’8 luglio, l’ex-presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, aveva sostenuto che l’Italia non si stesse muovendo abbastanza velocemente rispetto alla sua partecipazione alle Nuove Vie della Seta, soprattutto per quanto riguarda i porti del Sud. Prodi aveva affermato che l’Italia è il “terminale naturale” delle Nuove Vie della Seta via mare ma, finora, a sua detta, il Paese non avrebbe saputo gestire la potenzialità proprio del porto di Taranto e di quello di Gioia Tauro. Per Prodi, l’Italia dovrebbe istituire “due Autorità portuali, una del Tirreno e una dell’Adriatico” in grado di attirare i traffici commerciali sino-europei e non limitare al solo Nord la partecipazione al progetto cinese. Infine, lo scorso 28 luglio, anche l’ex-ambasciatore in Cina, Alberto Bradanini, durante un’intervista, aveva affermato che per realizzare il progetto delle Nuove Vie della Seta la Cina e l’Italia dovrebbero intensificare la cooperazione in più aree e, per quanto riguarda l’aspetto della logistica, proprio i porti di Trieste e Taranto dovrebbero essere i due hub italiani a Nord e Sud nel Mediterraneo, dopo il porto del Pireo in Grecia.

Anche per Borraccino il porto di Taranto ha una “vocazione” a diventare “riferimento strategico” delle Nuove Vie della Seta e questo, a sua detta, non è “una scoperta dell’ultima ora”. Al contrario, tale ruolo si addice alla città portuale pugliese grazie alla sua posizione, di fronte, ad esempio, al canale di Suez, e grazie anche alle sue caratteristiche anche infrastrutturali che gli consentirebbero di poter sostenere “poderosi traffici navali”. Prima della partecipazione di Di Maio all’International Import Expo di Shanghai, vi erano stati molti altri segnali dell’interesse cinese verso Taranto e viceversa. Ad esempio, già nel 2017, l’Ufficio di rappresentanza in Italia del China Council for the Promotion of International Trade aveva avuto un incontro con l’Autorità portuale di Taranto durante il quale quest’ultima aveva espresso la propria volontà di partecipare al progetto delle Nuove Vie della Seta e, nel 2016, il porto di Guangzhou, e quello di Taranto avevano istituito “legami di cooperazione amichevoli”.

Nel 2019, come ricordato dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in occasione della sua ultima visita in Italia lo scorso 25 agosto, l’Italia è stato il primo grade Paese occidentale ad aderire al progetto delle Nuove Vie della Seta. Durante la visita a Roma dello stesso presidente Xi, nel marzo 2019, l’Italia aveva firmato con la Cina 29 accordi, sia a livello governativo, sia tra aziende, per un valore di 2,5 miliardi di euro, ma con un potenziale di oltre 20 miliardi. Per quanto riguarda i porti, al momento, in Italia tra le località che hanno registrato interesse da parte cinese sono state in prima linea Savona-Vado Ligure, Venezia, Trieste, Napoli, Salerno e Taranto.

A destare i sospetti sui finanziamenti cinesi in ambito portuale in Italia, e non solo,  vi sono stati alcuni episodi legati al Progetto delle Nuove Vie della Seta in altri Paesi esteri. In Sri Lanka, ad esempio, in molti sostengono che la Cina abbia applicato la cosiddetta “diplomazia del debito”, che consisterebbe nel concedere ingenti prestiti a molti Paesi, anche poveri o con un debito già molto alto, per la realizzazione di grandi progetti e iniziative. Nel 2017, lo Sri Lanka, non riuscendo a restituire il finanziamento cinese ha dato la gestione del 70% del suo secondo porto, Hambantota, ad un’azienda statale di Pechino. In Italia, tuttavia, i timori sono però stati suscitati soprattutto dal caso del porto greco del Pireo, il più grande del Paese la cui maggior quota di proprietà è posseduta da un’azienda cinese, la COSCO Shipping. Già dal 2009, l’azienda aveva ottenuto una concessione di 35 anni per  il potenziamento e la gestione del molo container cargo del  Pireo, nel 2016,poi, la COSCO aveva acquistato il 51% delle quote di proprietà del porto e, nel 2019, ha annunciato investimenti per 600 milioni di euro per renderlo il maggior porto commerciale d’Europa.

A tal proposito, in seguito all’annuncio di Di Maio del 6 novembre 2019, il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino aveva dichiarato che: “Non è in discussione il controllo del nostro porto, che resta italiano, a noi non interessano i soldi cinesi, non siamo disperati come i greci del Pireo, noi vogliamo portare valore nel nostro territorio, costruendo una opportunità di crescita per la città e per le imprese italiane dell’export”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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