Iraq: le milizie filo-iraniane propongono una tregua

Pubblicato il 11 ottobre 2020 alle 18:18 in Iraq USA e Canada

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Le milizie sostenute dall’Iran in Iraq hanno proposto, l’11 ottobre, un “cessate il fuoco su condizioni” al governo iracheno, in base al quale gli attacchi contro le forze statunitensi presenti nel Paese saranno interrotti se le autorità di Baghdad presenteranno un programma articolato per date dell’espulsione delle truppe di soldati degli USA presenti nel Paese. Intanto, nella stessa giornata, attacchi attribuiti a tali milizie hanno causato la morte di due civili a Baghdad e nel governatorato di Anbar.

Il portavoce del gruppo armato filo-iraniano Kataib Hezbollah, ovvero le “Brigate di Hezbollah”, Mohammed Mohi, ha rivelato che tutte le fazioni “della resistenza anti-USA” in Iraq, comprese quelle che hanno attaccato le postazioni statunitensi nel Paese, hanno presentato una proposta di cessate il fuoco su condizioni.  Mohi è tornato ad insistere che il governo Iracheno dovrebbe implementare una risoluzione passata lo scorso 5 gennaio dal Parlamento per avviare il processo di ritiro delle truppe di Washington.

Mohi non ha posto una scadenza alla validità della proposta fatta al governo ma ha ammonito che se gli USA dovessero insistere a rimanere nel Paese senza rispettare la decisione del Parlamento di Baghdad, allora le fazioni anti-statunitensi irachene utilizzeranno tutte le armi a propria disposizione, aggiungendo che i missili Katyusha sferrati finora contro le forze statunitensi e il compound diplomatico di Baghdad sono state solo un avvertimento.

Le tensioni tra l’esecutivo iracheno e le fazioni militanti appoggiate dall’Iran si stanno intensificando. Proprio l’11 ottobre, secondo le forze di sicurezza dell’Iraq, almeno 2 persone sono state uccise in due esplosioni separate a Baghdad e ad Anbar. Il Ministero della Difesa iracheno ha specificato che in un caso si è trattato di un cittadino con disturbi mentali che è morto dopo essere entrato in una trappola esplosiva allestita in un’abitazione ad Al-Jabal, nel distretto di Rawa del governatorato di Anbar. Nell’altro caso, invece, la polizia della capitale ha confermato che la vittima, un avvocato, è morta a causa dell’esplosione di una bomba posizionata sotto la sua auto nell’area di Al-Tobij, a Ovest di Baghdad.

Il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein, lo scorso 5 ottobre, aveva annunciato che, al momento, il Paese sta concentrando i propri sforzi per impedire la chiusura dell’ambasciata statunitense in Iraq, dopo che l’amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, aveva minacciato di ritirare tutti i diplomatici degli USA dal Paese mediorientale se gli attacchi missilistici a loro indirizzati non si dovessero interrompere, lo scorso 28 settembre. Per Hussein il ritiro dello personale dell’ambasciata statunitense potrebbe peggiorare le relazioni dell’Iraq con le missioni europee e arabe nel Paese e potrebbe altresì creare un clima di sfiducia. Il ministro ha anche fatto notare che gli attacchi delle milizie filo iraniane non hanno come bersaglio solo le postazioni statunitensi ma anche il popolo iracheno rassicurando che il governo di Baghdad ha adottato tutta una serie di misure di sicurezza, politiche e diplomatiche per interrompere gli attacchi contro la cosiddetta “Green Zone”, dove hanno sede la maggior parte delle rappresentanze diplomatiche straniere, e l’aeroporto, promettendo risultati tangibili nel breve periodo.

In precedenza, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva già notificato al presidente dell’Iraq, Barham Salih, la preoccupazione di Washington per l’aumento degli attacchi contro le postazioni civili e militari che ospitano personale statunitense in Iraq e, il primo ottobre, il Segretario di Stato aggiunto per gli affari del Vicino Oriente, David Schenker, aveva affermato che gli Stati Uniti non esiteranno ad agire per proteggere il proprio personale in Iraq.

Lo scorso 5 gennaio, il Parlamento iracheno aveva votato in favore dell’espulsione di tutte le truppe straniere dal Paese e, da allora, i soldati statunitensi e stranieri avevano iniziato a lasciare l’Iraq. La votazione era stata indetta dopo che gli Stati Uniti, il 3 gennaio precedente, avevano condotto un bombardamento contro l’aeroporto di Baghdad, nel quale avevano perso la vita il comandante della Quds Force iraniana, Qassem Soleimani, e il vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis. L’attacco statunitense era stato considerato da Baghdad una violazione della propria sovranità. 

A tale gesto, l’8 gennaio successivo, l’Iran aveva risposto con attacchi ai presidi statunitensi in Iraq. Da allora, oltre alle basi militari che ospitano soldati statunitensi, anche le sedi diplomatiche sono diventate bersaglio di lanci missilistici sferrati dalle milizie appoggiate dall’Iran.

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Camilla Canestri

di Redazione

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