Ridurre le emissioni di CO2 costerà alla Cina 5 trilioni di dollari

Pubblicato il 8 ottobre 2020 alle 13:08 in Asia Cina

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L’obiettivo di Pechino in ambito ambientale è raggiungere la cosiddetta “neutralità del carbonio”, o impatto zero del carbonio, entro il 2060 e per farlo dovrà investire oltre 5 trilioni di dollari. Tale stima è emersa l’8 ottobre da uno studio dell’istituto Wood Mackenzie, con sede nel Regno Unito e che si occupa di ricerca su scala globale nei settori dell’energia, dei prodotti chimici, delle energie rinnovabili, dei metalli e delle miniere.

Durante il discorso tenuto alla 75esima assemblea delle Nazioni Unite, il 22 settembre scorso, il presidente cinese, Xi Jinping, parlando della ripresa economica post-coronavirus, aveva sottolineato l’importanza della sostenibilità e aveva annunciato che la Cina avrebbe raggiunto la neutralità del carbonio entro il 2060. Xi aveva dichiarato che l’umanità dovrebbe lanciare una “rivoluzione di se stessa” e velocizzarsi per creare un modello di sviluppo e di vita “più verdi”, in quanto non può più permettersi di ignorare i ripetuti avvertimenti che ha ricevuto dalla natura.

Tale promessa non solo ha costituito la prima volta in cui Pechino, che è il maggior emittente di anidride carbonica al mondo, si è impegnata a ridurre il proprio peso sul cambiamento climatico, ma è stata anche il maggior impegno per la riduzione del riscaldamento globale mai annunciato.

Secondo il Wood Mackenzie, per attenersi a tale obiettivo, la Cina dovrebbe aumentare di 11 volte, rispetto ad ora, le proprie capacità in termini di energia solare, eolica e di stoccaggio, per un ammontare di 5.040 giga watt di energia, entro il 2050. Al contempo, la capacità energetica derivata dalla combustione di carbone dovrà essere dimezzata, mentre quella ottenuta dal gas dovrà mantenersi ai livelli del 2019. Secondo gli specialisti del Wood Mackenzie, in tale contesto, la parte più complessa del processo non sarà rappresentata tanto dalla cifra di investimenti richiesti o dalla quantità di energia da fonti rinnovabili necessaria, quanto lo sarà dal cambiamento sociale che ciò potrebbe comportare per la Cina.

Innanzitutto, dimezzare il quantitativo energetico derivato dalla combustione di carbone potrebbe provocare la perdita di posti di lavoro per molte persone impiegate nel settore e potrebbe avere effetti negativi sulle economie di tutte quelle province, come ad esempio la Mongoli Interna, che vivono del ritorno economico del settore, anche in termini di creazione del lavoro. Per tali ragioni, l’istituto di ricerca ha previsto che Pechino potrebbe decidere di ammodernare le centrali a carbone con tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), così da non disperdere l’attività delle miniere.

Altra problematica è poi rappresentata dalla mancanza di alternative convertibili a basse emissioni di carbonio nei settori dei trasporti e dell’industria. Solamente nel 2019, i due settori hanno prodotto 5,7 miliardi di tonnellate di emissioni di carbonio, cifra che equivarrebbe alle emissioni degli USA e del Regno Unito unite. Di fronte a tali considerazioni, la Cina potrebbe dover disporre sussidi per i due settori incoraggiandoli a diversificare il proprio approvvigionamento energetico oppure potrebbe intervenire sul prezzo del carbone. Anche alla luce di quest’ultima considerazione, secondo Wood Mackenzie, la migliore alternativa per Pechino sarà quella di utilizzare tecnologie CCS, senza le quali la neutralità del carbonio potrebbe rivelarsi pressoché impossibile.

La Cina si colloca al terzo posto al mondo per riserve di carbone dopo Stati Uniti e Russia e la sua crescita economica, che l’ha resa la seconda economia a livello globale dal 2010, è stata realizzata grazie all’energia derivante dall’estrazione e dallo sfruttamento di risorse. Non a caso, molte province cinesi avrebbero deciso di alimentare la ripresa post-coronavirus con finanziamenti al settore dei combustibili fossili tre volte superiori rispetto a quelli previsti nei settori “verdi”, quali l’energia rinnovabile, l’elettrificazione e lo stoccaggio con batterie.

Tuttavia, l’azione annunciata da Xi sembra essere fondamentale, anche alla luce di una stima delle Nazioni Unite, secondo la quale, per limitare il surriscaldamento globale a 1,5 gradi celsius rispetto all’epoca pre-industriale, sarà necessario ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 a livello mondiale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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