Nagorno-Karabakh: i dilemmi della Russia

Pubblicato il 8 ottobre 2020 alle 7:59 in Armenia Azerbaigian Russia

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La posizione della Russia nel conflitto del Nagorno-Karabakh suscita dibattito tra gli analisti. Al quarto giorno degli ultimi grandi combattimenti, nell’aprile 2016 (la cosiddetta “guerra dei 4 giorni”) il Cremlino aveva già convocato un incontro tra i capi della sicurezza dei paesi e mediato un cessate il fuoco.

Quattro anni dopo, mentre il presidente Vladimir Putin si è affrettato a chiedere moderazione e si è unito ai presidenti Emmanuel Macron e Donald Trump nel chiedere la riduzione dell’escalation il 1° ottobre, il Cremlino ha mantenuto una posizione di basso profilo.

Mosca si è impegnata a intimare alla Turchia di interrompere il suo sostegno a Baku evitando “di fomentare un’escalation”, ha promesso all’Armenia sua alleata nel quadro dell’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva (CSTO), che se fosse attaccata direttamente interverrebbe e ha moltiplicato le iniziative diplomatiche a livello di ministri degli Esteri. Non ha fatto, tuttavia, alcuna mossa decisiva.

Per alcuni osservatori, la reticenza russa può riflettere una strategia calcolata. Mosca potrebbe aver deciso di non intervenire per rendere chiaro all’Armenia di Nikol Pashinyan che dipende da lei, illustrando al contempo l’inefficacia dei membri euro-atlantici del Gruppo di Minsk, mentre si guadagna credito con Recep Tayyip Erdogan, la cui legittimità in patria trarrà vantaggio se l’intervento della Turchia porterà a seppur minimi guadagni territoriali azeri.

Questa prospettiva inquadra il conflitto in termini di grandi potenze in competizione. L’intervento della Turchia, come sostiene l’analista russo Maksim Suchkov, potrebbe effettivamente essere finalizzato a un “nuovo accordo” con la Russia, in una sorta di partenariato di potenze regionali unite nella loro opposizione all’Occidente e desiderio di autonomia strategica da esso.

Un punto di vista diverso suggerisce che la Russia è stata distratta dalle manifestazioni in Bielorussia ed è stata colta in fallo, se non addirittura sorpresa dall’insorgere di un rinnovato conflitto. La Russia vede la presenza segnalata di mercenari siriani così vicini al suo instabile Caucaso settentrionale come profondamente sgradita, il che spingerà lentamente Mosca ad accedere alle richieste di Erevan, se Baku non dovesse liberarsi dei mercenari.

Inoltre, la violenza su larga scala ha in passato alimentato in Armenia lo “scetticismo eurasiatico”, la cui lealtà geopolitica a Mosc anon è comunque mai stata seriamente messa in dubbio. Se i combattimenti dovessero interessare inm odo sostenuto il territorio stesso dell’Armenia – e se Erevan chiedesse aiuto – il Cremlino sarebbe costretto ad agire. Pertanto, Mosca è sempre stata la potenza esterna con gli incentivi più immediati per prevenire una guerra più ampia. 

Un impegno militare su larga scala o prolungato che attivi le garanzie di sicurezza della Russia verso l’Armenia comporta il rischio per l’Azerbaigian di isolamento internazionale, considerando che è un piccolo stato e non un membro di alcun blocco di sicurezza eurasiatico. Questo è più o meno quello che è successo alla Georgia nell’agosto 2008. Tuttavia, il sostegno della Turchia all’Azerbaigian ha modificato il potere di deterrenza che Mosca aveva nei confronti di Baku e ha spinto Mosca verso il ruolo storico di protettrice degli armeni cristiani contro i musulmani.

La nuova guerra armeno-azera è sintomatica di una più ampia crisi del multilateralismo e delle sfide poste dalle crescenti potenze regionali in un ordine globale più multipolare. Il dilemma della Russia è che nel conflitto del Caucaso meridionale si trova a cavallo di entrambi.

La Russia potrebbe non aver accolto con favore la mediazione dell’OSCE a metà degli anni ’90, ma l’ha accettata come un quadro multilaterale che potrebbe potenzialmente gestire e contenere l’ingresso euro-atlantico nel “vicino estero” quando la Russia stessa era indebolita dalla crisi interna, sociale, politica ed economica.

Successivamente, la composizione multilaterale del Gruppo di Minsk si è accordata con il fatto che le nazioni copresidenti, Francia, Russia e Stati Uniti, condividevano effettivamente un obiettivo comune nel prevenire una nuova guerra. La Russia si è sempre più vista come “primus inter pares” all’interno del Gruppo di Minsk: i copresidenti russi in genere servono termini molto più lunghi rispetto alle loro controparti francesi e americane. Nel quadro del Gruppo di Minsk, la Russia gode dell’immagine di un buon multilateralista che collabora con l’Occidente.

Inoltre, senza il Gruppo di Minsk, le azioni della Russia nel conflitto armeno-azerbaigiano sarebbero più palesemente geopolitiche, e più ovviamente come le mosse egoistiche di una potenza ex imperiale che domina le sue ex periferie. O addirittura, come un’aspirante potenza regionale che si inserisce in un conflitto come mezzo per realizzare ambizioni di elevato status internazionale, come hanno fatto Russia e Turchia in Siria e Libia.

Tuttavia, “fare da sola”, comporta alcuni rischi per la Russia. A partire da uno scontro quasi diretto con la Turchia che spingerebbe a un confronto con ruoli inequivocabili per la Russia come patrono dell’Armenia e per la Turchia come patrono dell’Azerbaigian. Un tale ruolo avvelenerebbe inevitabilmente i significativi legami bilaterali della Russia con l’Azerbaigian come partner commerciale e geostrategico nello sviluppo della connettività nord-sud e con la Turchia, dopo quasi un quinquennio di relazioni sempre più strette tra Putin ed Erdogan.

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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