Pechino sotto attacco per la violazione dei diritti umani

Pubblicato il 7 ottobre 2020 alle 11:36 in Cina Germania

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La Germania si è messa alla guida di un gruppo di trentanove Paesi che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta chiedendo alla Cina di rispettare i diritti umani della minoranza etnica degli uiguri e che hanno espresso preoccupazione anche per la situazione di Hong Kong, il 6 ottobre. Parallelamente, la Cina ha denunciato l’utilizzo dei diritti umani come scusa per interferite negli affari interni della Cina.

I 39 Paesi hanno chiesto a Pechino di consentire l’accesso “immediato, significativo e senza restrizioni” di osservatori indipendenti, tra i quali anche l’Alto Commissario Onu per i Diritti umani, al Xinjiang, dove vive la minoranza turcofona e di religione islamica uigura, che, secondo più denunce, starebbe subendo una campagna di repressione da parte delle autorità cinesi, insieme ad altre minoranze. L’ambasciatore tedesco alle Nazioni Unite, Christoph Heusgen, ha guidato l’iniziativa durante un incontro sui diritti umani dell’Onu e ha affermato: “Ci rivolgiamo alla Cina affinché rispetti i diritti umani, soprattutto quelli delle persone appartenenti a minoranze etniche e religiose, in particolar modo nel Xinjiang e nel Tibet”. La dichiarazione ha messo in luce abusi contro gli uiguri tra i quali figurano dure restrizioni sulle libertà religiose, diffusa sorveglianza, lavori forzati e sterilizzazioni imposte. Tra i 39 Paesi che hanno firmato la dichiarazione vi sono stati gli USA, gran parte dei membri dell’Unione Europea, il Canada, Haiti, l’Honduras, il Giappone, l’Australia e la Nuova Zelanda.

Dal canto suo, il rappresentante permanente per la Cina all’Onu, Zhang Jun, ha rifiutato le accuse definendole “infondate e volte a provocare scontri tra i membri dell’Onu” e ha rivolto critiche alla Germania, agli USA e al Regno Unito, per l’attitudine “ipocrita” di tali Paesi, chiedendo loro di mettere da parte i propri “pregiudizi e arroganza” e di fare immediatamente un passo in dietro dal “precipizio”. Il 7 ottobre, poi, sul sito del Ministero affari Esteri della Cina, è stata  rilasciata una dichiarazione della portavoce del dicastero, Hua Chunying, in cui è stato sottolineato il sostegno ricevuto dalla Cina durante la 75esima assemblea generale Onu da circa 70 Paesi. Tra questi, il Pakistan ha rilasciato una dichiarazione firmata da 55 Nazioni difendendo la Cina rispetto alla questione di Hong Kong, mentre Cuba ha guidato un gruppo di 45 Paesi in difesa di Pechino per quanto riguarda il Xinjiang. Tutti questi Paesi si sarebbero opposti alla politicizzazione di questioni legate ai diritti umani e all’adozione di un doppio standard nei confronti di Pechino. Quest’ultima sostiene di essere bersaglio di  attacchi con i quali i Paesi occidentali, che hanno anch’essi questioni legate ai diritti umani da risolvere, stanno tentando di interferire sulle proprie questioni interne.

L’organizzazione Human Rights Watch ha elogiato l’iniziativa tedesca per essere riuscita ad attirare un così numeroso gruppo di Paesi. Nel 2019, anche il Regno Unito aveva lanciato una simile azione ma aveva radunato solamente 23 firmatari. Secondo più diplomatici occidentali, la Cina starebbe esercitando sempre più pressioni di anno in anno per dissuadere i membri dell’Onu dal firmare dichiarazioni simili a quella presentata dalla Germania, minacciando, ad esempio, il ritiro delle proprie missioni per il mantenimento della pace in alcuni Paesi o impedendo ad altri di costruire strutture di rappresentanza in Cina.

Lo scorso 24 settembre, il think tank australiano Australian Strategic Policy Institute (ASPI) aveva rilasciato nuove scoperte rispetto al maltrattamento della minoranza uigura della regione autonoma del Xinjiang da parte delle autorità cinesi, riaprendo il dibattito in merito e denunciando, tra le altre cose, la distruzione e il danneggiamento di circa 16.000 moschee e la presenza di circa 380 campi di rieducazione destinati alla minoranza turcofona degli uiguri. La Cina aveva da subito negato tali accuse, sostenendo che l’ASPI starebbe ricevendo finanziamenti da forze esterne e starebbe escogitando falsità contro la Cina, accusandolo di non avere alcuna credibilità accademica.

Prima voce tra tutte, poi, il 26 ottobre, era stata quella del presidente cinese, Xi Jinping, il quale aveva affermato che le politiche finora adottate in Xinjiang fossero state del tutto corrette, ribadendo che devono essere portate avanti anche nel lungo termine, alla luce del successo finora ottenuto, sostenendo la propria posizione con dati riguardanti il miglioramento della situazione nella regione dall’attuazione delle linee guida per il Xinjiang, stabilite nel 2014.

Il governo di Pechino ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” in tale regione sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. Più voci della comunità internazionale hanno però accusato Pechino di aver portato avanti una campagna di repressione e violenze contro la minoranza etnica degli uiguri e più stime, avrebbero rivelato che nei campi di rieducazione del Xinjiang sarebbe stato richiuso circa un milione di persone.

Ad oggi, Washington ha adottato sanzioni contro individui o organizzazioni che hanno ritenuto essere i colpevoli della violazione dei diritti umani delle minoranze musulmane nel Xinjiang e tra questi vi sarebbero anche figure politiche come il segretario di partito della regione e membro dell’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese (PCC), Chen Quanguo. Oltre a questo, la Camera dei Rappresentanti degli USA, il 22 settembre scorso, ha passato una proposta di legge con la quale si intende mettere al bando le importazioni dal Xinjiang a causa degli abusi commessi in loco contro la minoranza uigura che, a detta statunitense, sono talmente diffusi da poter considerare tutti i beni provenienti dalla regione frutto di lavori forzati.

A tal proposito, lo scorso 5 ottobre, Pechino ha guidato un gruppo di 26 Paesi nel rilasciare una dichiarazione congiunta con la quale hanno chiesto al governo statunitense di interrompere le sanzioni imposte nei loro confronti per la violazione dei diritti umani, in un momento di difficoltà causato dalla pandemia di coronavirus.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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