Libia: Washington e Il Cairo unite contro Ankara

Pubblicato il 7 ottobre 2020 alle 12:54 in Egitto Libia USA e Canada

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Oltre agli incontri di Bouznika e alla videoconferenza “Berlino 2”, l’Egitto è stato testimone di incontri tra rappresentanti egiziani e statunitensi, anch’essi volti a trovare una soluzione della crisi libica. Per alcuni, i meeting sono il segno di un cambiamento sul palcoscenico libico. L’obiettivo è allontanare la Turchia.

In particolare, il 5 ottobre, il capo dei Servizi di Intelligence Generali egiziani, Abbas Kamel, ha incontrato l’ambasciatore statunitense in Libia, Richard B. Norland, e l’ambasciatore USA in Egitto, Jonathan R. Cohen. I tre hanno discusso degli ultimi sviluppi relativi alla crisi libica e delle modalità per affrontarla, con particolare riferimento agli sforzi da profondere per accelerare il processo politico, unificare le istituzioni statali, riprendere le attività di produzione ed esportazione di petrolio e distribuire equamente le entrate petrolifere del Paese. Non da ultimo, sono state prese in esame le iniziative intraprese dall’Egitto, tra cui l’incontro, tenutosi a Hurghada il 28 settembre, del Comitato militare congiunto 5+5.

Nella medesima giornata del 5 ottobre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, si è recato nella capitale egiziana per incontrare anch’egli l’ambasciatore Norland e discutere di quanto avvenuto in Libia a livello militare e politico nelle ultime settimane. Il focus è stato posto sulla necessità di garantire un cessate il fuoco permanente, così da proseguire sulla strada del dialogo politico e verso i futuri incontri di Ginevra, che si terranno sotto l’egida delle Nazioni Unite. Parallelamente, si è parlato della possibilità di unificare le componenti dell’apparato militare libico e di formare un nuovo Consiglio presidenziale che rappresenti le tre regioni del Paese Nord-africano, Cirenaica, Fezzan e Tripoli.

In tale quadro, il consigliere del presidente del parlamento libico, Fathi al-Marimi, ha affermato che tutti questi incontri mirano a raggiungere una soluzione inclusiva che ponga fine alla crisi politica in Libia e crei un clima favorevole al successo degli incontri di Ginevra, attraverso i quali si prevede verrà raggiunto un accordo per formare un nuovo Consiglio presidenziale composto da un presidente, due deputati, un primo ministro e altri due deputati per ciascuna regione. A detta di al-Marimi, tali ultimi colloqui ospitati dall’Egitto si sono svolti grazie al coordinamento del Cairo, il quale mira ad attuare concretamente quanto stabilito a Berlino il 19 gennaio 2020, oltre che alla cosiddetta “Dichiarazione del Cairo” del 6 giugno e alle raccomandazioni di Hurghada.

Da parte egiziana, un membro del Consiglio egiziano per gli affari esteri, Hisham Al-Halabi, ha dichiarato che gli incontri del Cairo rivelano un ulteriore cambiamento nel panorama libico, determinato dall’intervento degli Stati Uniti e dalla mobilitazione diplomatica nata a livello europeo e internazionale. In particolare, il ruolo statunitense e dell’Europa potrebbero garantire un successo maggiore per gli sforzi profusi dal Cairo e, al contempo, la fuoriuscita della Turchia dal conflitto. A detta di al-Halabi, ciò costringerà il governo di Tripoli, altresì noto come governo di Accordo Nazionale (GNA) ad accettare le soluzioni concordate per porre fine alla perdurante crisi e ad intraprendere un percorso politico, militare ed economico globale in grado di ripristinare la stabilità nel Paese e porre fine alla presenza di milizie e mercenari stranieri. Concretamente, ha specificato al-Halabi, sarà formato un governo che, ricevendo consenso da tutte le componenti libiche, potrà risolvere le crisi del Paese, migliorare i servizi e ridurre gli oneri per la popolazione.

Il rappresentante del Cairo ha poi affermato che l’incontro di Hurghada è riuscito a formulare raccomandazioni volte a fermare il conflitto armato e stabilizzare il cessate il fuoco, attraverso cui potrà essere avviato un dialogo politico ed economico. “Mettere a tacere pistole e fucili spinge le parti a sedersi al tavolo dei negoziati e a cercare una soluzione globale alla crisi politica ed economica” ha affermato al-Halabi. Quest’ultimo ha aggiunto che gli incontri del Cairo e di Hurghada hanno anche fornito soluzioni per alleviare il fardello posto sulle spalle della popolazione libica e le diverse pressioni imposte, concedendo libertà di movimento tra le regioni e ponendo fine alle campagne mediatiche di incitamento all’odio. Ciò costringerà le parti a trovare una soluzione per prevenire il ritorno delle tensioni, di odio e per superare le divergenze interne.

È dal 6 giugno che l’Egitto, sostenitore dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, ha invitato l’esercito del governo di Tripoli e il suo alleato turco a porre fine ai combattimenti, esortando le parti impegnate nel conflitto ad allontanare le forze straniere dalla Libia. Diversi Paesi arabi ed europei, come la Francia, avevano apprezzato la mossa egiziana, ma la Turchia e le stesse forze tripoline hanno ignorato la cosiddetta “Iniziativa Cairo”. Ciò ha portato il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, il 20 giugno, ad ordinare alle proprie forze aeree di prepararsi ad un’eventuale operazione interna o esterna all’Egitto.

Il rischio di un’ulteriore escalation è stato scongiurato dalla dichiarazione del cessate il fuoco del 21 agosto. Il Cairo ha accolto con favore la tregua, ma, secondo alcuni, vi sono dei punti da dover essere ancora chiariti e sarà ciò a determinare il futuro delle relazioni con Tripoli. Primo fra tutti, lo smantellamento delle milizie e dei gruppi terroristici e l’espulsione dei mercenari dai territori libici. L’Egitto, a detta di esperti, è consapevole che stabilire intese con il GNA andrebbe nel proprio interesse e salvaguarderebbe la stabilità del Paese. Ciò, però, non impedirà la permanenza di personalità vicine al Cairo, tra cui il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, e di tutte quelle parti che opereranno per realizzare “il progetto nazionale libico” e prevenire la “disintegrazione dello Stato”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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