Siria: 20.000 civili fuori dal campo di al-Hol

Pubblicato il 6 ottobre 2020 alle 9:43 in Medio Oriente Siria

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Le autorità curdo-siriane hanno riferito di voler rimpatriare circa 20.000 civili siriani detenuti nel campo profughi di al-Hol, al confine con l’Iraq. Si tratta di prigionieri imparentati con combattenti dello Stato Islamico o provenienti da aree dominate da tale organizzazione terroristica.

Ad aver dato l’annuncio, il 5 ottobre, è stato Ilham al-Ahmad, capo del comitato esecutivo del Consiglio democratico siriano, un’istituzione che governa la regione curdo-siriana, altresì responsabile della gestione degli accampamenti e dei campi di prigionia situati nella Siria orientale. L’obiettivo delle autorità curde è liberare circa 25.000 famiglie, con il fine ultimo di porre fine alle problematiche legate al sovraffollamento di al-Hol. Quest’ultimo ospita più di 70.000 persone, tra cui oltre 11.000 familiari di sospetti combattenti dell’Isis di diverse nazionalità, tra cui decine di migliaia di donne e bambini provenienti dalla Siria e dall’Iraq. Tali cifre rappresentano un enorme fardello per le forze curde, le quali si trovano spesso a far fronte anche ad episodi di criminalità, oltre ai numerosi tentativi di fuga.

Al momento, non è ancora chiaro quando le operazioni di sfollamento avranno inizio. Ilham ha specificato che i rifugiati e detenuti a cui verrà consentito di rimanere presso al-Hol non saranno più sotto la responsabilità delle autorità curde. Queste ultime, dal canto loro, hanno già speso ingenti somme per fornire cibo e acqua ai rifugiati presenti nell’area. Si prevede che a rimanere nel campo saranno solo gli stranieri, mentre siriani e iracheni verranno rimpatriati. Inoltre, i prigionieri attualmente detenuti nelle prigioni curde del Nord-Est della Siria rimarranno in carcere.

Secondo le ultime stime dell’Onu, al-Hol ospita circa 28.000 siriani, 30.000 iracheni e 10.000 detenuti e profughi di altre nazionalità. Per la maggior parte, si tratta di donne e bambini, mogli e figli di ex jihadisti, morti in battaglia o fatti prigionieri dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) aveva dichiarato, ad agosto, che 8 bambini erano deceduti e che gran parte degli altri 40.000 bambini, provenienti da 60 Paesi diversi, riversavano in condizioni precarie, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di coronavirus.

Già nel mese di luglio 2019, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) aveva messo in luce le condizioni “apocalittiche” e di “estrema difficoltà” a cui erano soggetti gli sfollati presenti all’interno e nei dintorni del campo profughi di al-Hol. In particolare, era stato riferito che i siriani sopravvissuti alla guerra contro lo Stato Islamico si ritrovavano abbandonati a loro stessi e, per tale motivo, sarebbe stato necessario rimpatriare i familiari dei sospetti foreign fighters. “Sono circa 100.000 le persone nel campo di al-Hol e in quelli circostanti tenute in una sorta di limbo legale in un luogo instabile e in un’area contesa”, aveva affermato da Ginevra il capo del Comitato per le operazioni nel Vicino e Medio Oriente, Fabrizio Carboni. “Questi 100.000 individui hanno speso i loro ultimi mesi, se non anni, sotto le bombe, affamati, feriti, malati, traumatizzati. È semplicemente apocalittico”.

Le Syrian Democratic Forces (SDF) sono state il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. Grazie a tale collaborazione, negli ultimi anni, le SDF sono riuscite ad ampliare il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali della Siria, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. Le principali operazioni che hanno portato alla progressiva sconfitta dell’ISIS sono state quella di Raqqa, il 17 ottobre 2017, Deir Ezzor, il 3 novembre 2017, e Albu Kamal, il 19 novembre 2017. Dopo numerosi altri scontri, il 23 marzo 2019 le SDF hanno ufficialmente riconquistato Baghouz ponendo fine al califfato jihadista. La liberazione di tale roccaforte ha rappresentato un evento decisivo nella lotta contro i terroristi, sebbene questi continuino tuttora a lanciare attacchi sporadici nel Paese.

Già da metà del 2014, anno in cui l’ISIS era riuscito a prendere il controllo di vaste aree in Iraq e Siria, migliaia di combattenti portarono le proprie mogli e figli nei campi dell’Est della Siria, mentre lo Stato Islamico annunciava, unilateralmente, l’istituzione del proprio califfato. Dal canto loro, nel corso degli anni, le autorità curde hanno più volte esortato la comunità internazionale ed i Paesi originari dei familiari dei combattenti ISIS a rimpatriare i propri cittadini. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, tali richieste non sono state accolte. In tale quadro, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo, Vladimir Voronkov, ha affermato, nel mese di luglio scorso, che l’Ufficio antiterrorismo delle Nazioni Unite aveva invitato diversi Paesi a riprendersi i propri cittadini detenuti ad al-Hol, tra cui anche Stati Uniti e Russia, ma solo alcuni avevano risposto all’invito. Per Voronkov, il campo ospita “vittime del terrorismo” che non comprendevano cosa stessero facendo quando hanno accompagnato le proprie famiglie in Siria e in Iraq. Tra i detenuti, ha specificato il sottosegretario dell’Onu, vi sono anche molte donne estremiste.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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