La Giordania di fronte a crescenti sfide politiche ed economiche

Pubblicato il 6 ottobre 2020 alle 12:03 in Giordania Medio Oriente

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Il sovrano del Regno hashemita della Giordania, il re Abdullah II, ha accettato le dimissioni del primo ministro Omar Razzaz. Sebbene si tratti di una mossa “naturale”, che fa seguito allo scioglimento del Parlamento, potrebbe porre Amman di fronte a sfide politiche ed economiche difficili da superare.

Le dimissioni di Razzaz sono giunte il 3 ottobre e fanno seguito allo scioglimento della Camera dei rappresentanti giordana, avvenuto tramite un decreto reale del 27 settembre, al termine di un mandato durato quattro anni. Secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 74 della Costituzione, una volta sciolto il Parlamento, l’esecutivo di Amman è costretto a dimettersi entro una settimana e il premier in carica potrebbe non essere nuovamente designato per la formazione del nuovo esecutivo. Questo è quanto accaduto con il primo ministro Razzaz, a cui il monarca del Regno hashemita ha chiesto di rimanere in carica, a capo di un “governo custode”, fino a quando non verrà nominata una nuova personalità in grado di monitorare e supervisionare alle prossime elezioni legislative, previste per il 10 novembre.

Razzaz, ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’Istruzione, era stato posto alla guida del governo di Amman il 5 giugno 2018, nel quadro di un forte malcontento popolare, scaturito dall’aumento del prezzo del pane, dalle nuove tasse imposte su diversi beni, e dall’incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali. Si trattava di misure richieste dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), volte a ridurre il debito pubblico giordano. Ora, come evidenziato da re Abdullah II, vi è una nuova sfida da affrontare con “determinazione e perseveranza”, ovvero l’emergenza coronavirus.

Nelle ultime settimane, il governo di Amman è stato criticato per non essere riuscito a contenere un aumento dei contagi da Covid-19, sebbene, nei primi mesi dello scoppio della pandemia, il Regno hashemita fosse stato elogiato, a livello mediorientale, per le politiche adottate. Ad essere stati criticati sono i limiti posti che avrebbero intaccato libertà civili e politiche. Inoltre, il blocco causato dalla pandemia di coronavirus ha paralizzato le imprese giordane e ha ridotto le entrate di decine di milioni di dollari, provocando la contrazione economica più acuta degli ultimi venti anni. Il governo prevede che l’economia subirà un calo del 3,5% nel 2020, allontanandosi dalle stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale aveva previsto una crescita del 2% prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus.

Secondo alcuni analisti, un rimpasto di governo ed una nuova assemblea parlamentare potrebbero portare ad una maggiore fiducia da parte della popolazione giordana. Per altri, al contrario, il futuro incerto potrebbe ulteriormente esacerbare un quadro economico e politico fragile. Pertanto, la situazione attuale pone il sistema politico giordano di fronte a grandi sfide. La via d’uscita, hanno evidenziato alcuni analisti, consiste nel trovare un piano di riforme che risponda alle aspettative della popolazione, prima che alle richieste del FMI.

Non da ultimo, Amman, spesso neutrale o mediatrice in diverse questioni mediorientali, in passato è sopravvissuta a una serie di crisi grazie all’intervento di potenze regionali, che hanno sostenuto il Regno hashemita politicamente o economicamente, nei momenti più critici. Ora, secondo alcuni, la Giordania necessita di un nuovo ruolo nel complesso e mutato panorama geopolitico, che non vede più la necessità di creare zone cuscinetto o canali di comunicazione tra Israele e gli Stati arabi del Golfo. Dopo la firma degli accordi di normalizzazione tra Emirati Arabi Uniti e Bahrein con Israele, non vi è più bisogno di un “mediatore giordano”.

Parallelamente, Amman ha perso un’altra fonte di aiuti, Baghdad. In particolare, l’Iraq, nel mese di luglio scorso, ha sospeso le forniture giornaliere di greggio per la Giordania a causa del forte calo dei prezzi del petrolio. Inoltre, Baghdad è ora un mercato per i prodotti iraniani e turchi, e le merci giordane non sono più in grado di competere con i propri concorrenti. Pertanto, l’Iraq non può più fornire alcun aiuto alla Giordania. Anche in Siria, il Regno, sebbene ospiti migliaia di rifugiati siriani, deve far fronte a potenze che hanno più volte mostrato una forza maggiore.

Per tali ragioni, gli analisti hanno sottolineato come, in un quadro di perdurante crisi economica, al momento Amman non può più fare affidamento su attori esterni. Tuttavia, sono gli stessi osservatori ad aver affermato che il Regno possiede, in realtà, un punto di forza. Questo è rappresentato dalle istituzioni, tuttora caratterizzate da solidità, le quali sono state in grado di contenere, sino ad ora, una mobilitazione popolare e una pandemia che avrebbero potuto aggravare ulteriormente la situazione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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