Il Nagorno-Karabach nello scontro di interessi tra Russia e Turchia

Pubblicato il 5 ottobre 2020 alle 6:13 in Armenia Russia Turchia

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Il conflitto tra armeni e azeri nel territorio del Nagorno-Karabach, che la scorsa settimana si è nuovamente aggravato con centinaia di morti, ha un retroterra storico in cui un ruolo chiave corrisponde alle divisioni territoriali dell’URSS dettate della politica delle nazionalità di Stalin, per cui l’intero territorio dell’Unione era disseminato di grandi minoranze in seno alle repubbliche, in maniera tale da scoraggiare il nazionalismo locale.

La crisi attuale iniziò nel 1988, quando le autorità della Regione Autonoma del Nagorno-Karabach (fondata nel 1923) chiesero ai leader sovietici di Mosca di trasferire quel territorio (appartenente alla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian) alla Repubblica Socialista Sovietica di Armenia. Già un anno prima, nel 1987, era iniziato un tragico esodo nel Caucaso che aveva lasciato l’Armenia e il Nagorno-Karabach senza popolazione azera (circa 60.000 persone, di cui 37.000 nel Karabach propriamente detto) e l’Azerbaigian senza una popolazione armena (oltre 200.000 persone). In alcuni luoghi, come a Sumgait in Azerbaigian, si verificarono veri e propri episodi di “pulizia etnica”. 

Il territorio controllato ad oggi dagli armeni non è solo quello dell’autonomia sovietica del Nagorno-Karabach(circa 4.400 chilometri quadrati), ma comprende anche altri sette distretti attorno ad esso, che complessivamente ammontano a oltre 8.000 chilometri quadrati. Questa zona, considerata una cintura di sicurezza dagli armeni, è per la maggior parte spopolata, sebbene le autorità del Nagorno-Karabach abbiano organizzato insediamenti di immigrati armeni da luoghi come la Siria e il Medio Oriente, soprattutto nella sua parte occidentale, dove passano i tre corridoi che collegano il Karabach con la Repubblica di Armenia.

Dopo la disintegrazione dell’URSS nel 1991, la guerra continuò fino a quando non fu raggiunto un cessate il fuoco tra le parti nel 1994. La situazione allora stabilita si è mantenuta fino ad oggi con sporadici incidenti.

Di tutti gli incidenti registrati, quelli iniziati il 27 settembre scorso sono di gran lunga i più grandi per l’entità degli scontri e delle vittime, e anche perché si aggiungono a tanti altri aggravanti, comparsi negli ultimi anni e inesistenti negli anni ’90, quando il gruppo di Minsk, guidato da Russia, Francia e Stati Uniti, è stato creato sotto l’egida dell’OSCE, per guidare i negoziati tra le parti. In alcuni momenti una soluzione pacifica sembrava possibile, ad esempio nel 2001, quando gli Stati Uniti riunirono i presidenti Heidar Aliev e Robert Kocharian a Key West (Florida). Washington è oggi più distante dai problemi del Nagorno-Karabach rispetto agli altri due co-presidenti, Russia e Francia, che l’Azerbaigian considera filo-armeni. Nessuno degli schemi graduali ideati in questi anni è stato messo in pratica, neppure quello che sarebbe stato un gesto di buona volontà per riportare due o tre distretti dei sette occupati (ad esempio quelli al confine con l’Iran) sotto il controllo dei caschi blu. Né hanno funzionato gli incentivi economici e di sviluppo quali le nuove rotte petrolifere e riapertura delle comunicazioni attraverso il Caucaso.

Nel conflitto formalmente Armenia e Nagorno-Karabach hanno ruoli diversi. Almeno dal 1992, quando la regione si proclamò indipendente con il nome di Repubblica di Artzakh. Per il momento rimane una divisione formale tra lo Stato armeno e l’Artzakh. L’Armenia, che non riconosce il Nagorno-Karabach come stato, tuttavia, è stata guidata per 20 anni da due presidenti nativi del Karabach, Robert Kocharian (1998-2008) e Serzh Sargsyan (2008-2018), entrambi membri di una forte lobby che per anni ha dominato la politica di Erevan. L’attuale primo ministro, Nikol Pashinian, salito al potere nel 2018, è un estraneo a questa lobby, essendo nativo di Ijevan, nel nord del Paese, e ha rotto con le corruttele dei governi precedenti, ma non intende rompere i legami con il Karabach.

Rispetto alle tensioni sorte nell’area in precedenza sono cruciali in questa occasione gli interessi della Turchia, che si scontrano con quelli di Mosca. La Russia è un alleato militare dell’Armenia, dove ha una base militare, ed entrambi i paesi fanno parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), il che significa che Mosca dovrebbe intervenire in difesa dell’Armenia, se questo paese fosse oggetto di una minaccia esterna. Poiché il Karabach non fa formalmente parte dell’Armenia, la Russia non è nella posizione di doverla obbligatoriamente aiutare contro l’Azerbaigian. Altra cosa sarebbe se l’Azerbaigian attaccasse il territorio dello Stato armeno. Gli analisti azeri dicono di temere provocazioni che potrebbero giustificare un intervento russo nel conflitto. Succede, però, che la Russia abbia buoni rapporti anche con l’Azerbaigian, in particolare da un punto di vista commerciale. Interesse primario di Mosca è quindi evitare un’escalation, riportare i contendenti al tavolo dei negoziati e coinvolgere Francia e USA in una soluzione che, a differenza di quella del 1994, possa essere definitiva. Il ministro degli esteri Lavrov ha offerto Mosca come sede di una conferenza di pace.

La Turchia, che oltre ad addestrare i quadri militari azeri fornisce armi all’Azerbaigian, ha sempre sostenuto verbalmente Baku sulla questione del Karabach, ma il tono usato in questi giorni dal presidente Recep Tayyip Erdogan è più aggressivo di prima. La difesa di Erdogan della causa azera potrebbe essere semplicemente retorica, ma potrebbe anche indicare la volontà di Ankara di sfiorare o oltrepassare pericolose linee rosse nel suo rapporto con la Russia nel Caucaso, aggiungendo così un’altra fonte di tensione a quelle che già esistono tra i due paesi (Siria e Libia).

Per la Russia, l’esplosione di violenza nel Nagorno-Karabach è un conflitto prematuro, che si aggiunge ad altri in cui Mosca è stata coinvolta negli ultimi anni, in Ucraina, Siria e Libia. L’Armenia afferma che F-16 turchi stiano combattendo a fianco degli azeri e che uno abbia abbattuto un caccia Su-25 dell’Aviazione armena. Inoltre le accuse di Erevan di militanti islamisti, trasferiti da Ankara in Azerbaigian dalla Siria e dalla Libia, sono state confermate da media indipendenti e paesi stranieri, tra cui la stessa Libia e la Francia. Macron parla apertamente di 300 miliziani. L’invio di miliziani dalla Siria rappresenta un attacco diretto agli interessi di Mosca, non solo perché nel paese mediorientale si è assunta il compito principale di sostegno al governo di Assad in lotta contro tali miliziani, ma anche perché è specchio di quanto accadde nel conflitto del 1991-94. All’epoca miliziani ceceni, impegnati in una sanguinosa guerra contro la Russia, furono inviati a combattere a fianco degli azeri. 

Mosca, Parigi e Washington hanno intimato al governo turco di rimanere fuori dal conflitto e di non fomentare la contesa.

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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