Israele: esplode la rabbia contro Netanyahu

Pubblicato il 5 ottobre 2020 alle 9:29 in Israele Medio Oriente

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Per la quindicesima settimana consecutiva, migliaia di israeliani sono scese per le strade del Paese, il 3 e il 4 ottobre, per protestare contro le nuove misure emanate dal governo e chiedendo le dimissioni del primo ministro, Benjamin Netanyahu.

Stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, violenti scontri sono scoppiati nella città di Bnei Brak, la quale ospita numerosi fedeli haredi, una forma molto conservatrice dell’ebraismo ortodosso. Tale comunità ha registrato un elevato numero di contagi da coronavirus, a tal punto da essere considerata tra le responsabili della diffusione del virus. Inoltre, gli Haredi si oppongono alla chiusura delle sinagoghe e alla limitazione del numero dei fedeli nel corso delle celebrazioni. Di fronte a tale scenario, circa 13 persone sono state arrestate a Bnei Brak, dopo che i manifestanti hanno provato ad opporsi alle forze di polizia e alla chiusura della sinagoga locale.

Per il premier Netanyahu, i movimenti di protesta costituiscono una delle minacce più gravi agli sforzi profusi per contrastare la pandemia di coronavirus. In tale quadro, il primo ottobre, la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato una legge con cui le autorità del Paese mirano a limitare la portata delle manifestazioni in corso. In particolare, è stato vietato alla popolazione di radunarsi a più di un chilometro di distanza dalle proprie abitazioni e di mantenere il distanziamento sociale in modo rigoroso.

Nonostante ciò, circa 100.000 israeliani si sono radunati nelle principali piazze e strade le Paese, per manifestare il proprio malcontento contro una classe governativa definita corrotta, non in grado di gestire la pandemia di coronavirus e le conseguenti ripercussioni economiche. A detta di fonti locali, nella giornata del 3 ottobre, circa 30 manifestanti sono stati arrestati a Tel Aviv dalle forze di polizia scese in campo. Anche Gerusalamme e Giaffa sono state testimone di un’ampia e violenta mobilitazione. Ad essere ritenuto il principale responsabile del crescente deterioramento delle condizioni economiche e sociali è il premier Netanyahu, altresì coinvolto in un triplice processo giudiziario con accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio.

Parallelamente, vengono criticate le misure di lockdown imposte per far fronte ad una seconda ondata di Covid-19, tra cui la chiusura delle sinagoghe. Al 5 ottobre, Israele ha registrato più di 268.000 contagi da coronavirus e 1.719 decessi, su una popolazione pari a quasi 9 milioni di abitanti. Ciò si è verificato dopo che, già nel corso del mese di maggio, il governo israeliano aveva cominciato ad allentare gradualmente le misure anti-Covid imposte per non aggravare ulteriormente l’economia, ma si è successivamente ritrovato a ritornare indietro sui suoi passi.

Parallelamente, Netanyahu, a capo di un governo di unità nazionale coadiuvato dal suo vice, nonché ex-rivale, Benny Gantz, è tuttora coinvolto in un triplice processo con accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio. L’incriminazione contro Netanyahu è giunta il 21 novembre 2019, ma, come stabilito dalla legge, il premier non sarà costretto a dimettersi fino a quando non sarà ufficialmente emessa una sentenza contro di lui.

Il primo caso è noto come “Caso 1000”, dove il premier è accusato di abuso d’ufficio, in quanto avrebbe ricevuto, tra il 2007 ed il 2016, regali dal valore di circa 240.000 dollari in cambio di agevolazioni fiscali per gli imprenditori mittenti dei regali, miliardari oltreoceano. Il “Caso 2000”, poi, vede Netanyahu impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale, Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier.

Infine, il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il primo ministro avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online. Inoltre, al centro delle indagini relative a tale caso vi è anche la fusione tra Bezeq e il gruppo televisivo YES, del 2015, quando Netanyahu era al Ministero delle Comunicazioni. I procuratori accusano il premier di essersi fatto corrompere per modificare la legislazione a favore di Bezeq, consentendo a quest’ultima di guadagnare ingenti somme.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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