I jihadisti dell’ISIS rimpatriati negli Stati Uniti

Pubblicato il 4 ottobre 2020 alle 6:22 in Medio Oriente USA e Canada

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Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha rimpatriato 27 cittadini statunitensi che erano partiti per la Siria e l’Iraq, per unirsi allo Stato Islamico. Washington ha poi esortato altri Paesi a fare lo stesso. 

Il 30 settembre, un padre e un figlio sono stati accusati dai pubblici ministeri di essere stati addestrati dall’ISIS. Il primo ottobre, il Dipartimento di Giustizia ha affermato di aver avviato casi per sostegno al terrorismo contro altri degli individui rimpatriati. Emraan Ali, 53 anni, nato a Trinidad, ha portato sua moglie, il figliastro e altri cinque figli in Siria, nel 2015, per vivere sotto lo Stato Islamico. Tra loro c’era il suo figlio di 14 anni, Jihad. Sia Emraan sia Jihad hanno ricevuto l’addestramento militare del cosiddetto Califfato islamico e hanno combattuto per l’ISIS. Gli uomini si sono arresi alle Forze Democratiche Siriane (SDF) in una battaglia vicino a Baghouz, in Siria, nel marzo 2019. Si tratta del caso più recente si sostenitori attivi dello Stato Islamico. Il caso precedente risale al 2 settembre, quando Omar Kuzu, 23 anni, dal Texas, si è dichiarato colpevole di essersi unito all’ISIS in Siria.

I pubblici ministeri affermano che sia Ali sia suo figlio hanno ammesso di essere stati combattenti per il battaglione Anwar al-Awlaki, un’unità per stranieri. Jihad ha affermato di aver sparato più volte con la sua arma, ma ha affermato che non crede di aver mai ucciso nessuno e ha minimizzato i messaggi  inviati alla madre dalla Siria, in cui raccontava di aver combattuto contro le SDF. Suo padre, Emraan, ha raccontato agli investigatori di aver usato una scusa medica per abbandonare la loro unità dopo che diversi combattenti erano stati uccisi. Tuttavia, tra i documenti dello Stato Islamico che sembravano fare riferimento a membri della famiglia Ali, le forze armate statunitensi hanno recuperato un disco rigido che conteneva un file che menzionava che su 44 uomini in un’unità di ricognizione, un Abu Jihad al-Trinidadi al-Amriki, il padre di Jihad, l’americano di Trinidad, è stato l’unico a ricevere un fucile d’assalto americano M4, un simbolo apprezzato tra i jihadisti. 

Emraan ha raccontato agli investigatori che la sorella di sua moglie e suo marito erano stati i primi ad andare a vivere sotto l’ISIS e gli hanno parlato bene della vita nel “paradiso jihadista”. La situazione relativa ai detenuti stranieri dello Stato Islamico è stata critica per anni. Secondo le stime del Center for Global Policy, nel 2019 oltre 500 persone sono morte nei centri di detenzione per i prigionieri dell’ISIS in Siria. Del totale, almeno 371 erano bambini. In tale contesto, la no-profit ha richiesto ai governi degli Stati Membri dell’UE di intervenire e fornire supporto a livello diplomatico e finanziario, provvedendo anche all’avvio di programmi per la riabilitazione dei cittadini rimpatriati e alla loro rieducazione religiosa non estremista, dato che la riabilitazione dei bambini dell’ISIS è una componente essenziale del contrasto allo Stato Islamico. A tale riguardo, il Center for Global Policy ha rivelato che l’indottrinamento dei bambini e l’implementazione di una interpretazione rigida della legge islamica, la Sharia, continuano ad andare avanti nei centri, il che fa emergere preoccupazioni sia sul benessere dei minori, con particolare riferimento all’abuso rappresentato dal loro indottrinamento, sia sulle eventuali ricadute sulla sicurezza europea, dati i rischi che conseguono dalla loro permanenza in tali condizioni. 

In aggiunta, i centri stessi non sono un luogo sicuro, dato che, ad esempio, in caso di nuove tensioni in Siria le Syrian Democratic Forces, attualmente garanti dei centri, potrebbero dover tornare sul campo di battaglia, lasciando le strutture prive di ogni forma di sorveglianza. Ciò comporterebbe la fuga o la liberazione di alcuni prigionieri che, ha sottolineato il Center for Global Policy, una volta tornati in libertà non saranno meno radicalizzati di quanto lo potevano essere prima della loro prigionia. In maniera simile alle conclusioni della no-profit, il Parlamento dell’Unione Europea aveva adottato, lo scorso 27 novembre, una risoluzione con la quale aveva richiesto ai Paesi membri di rimpatriare i figli dei foreign fighter dell’ISIS. Il testo era stato approvato da 495 parlamentari europei, a fronte di 58 voti contrari e 87 astensioni. Per quanto riguarda i figli dei combattenti che ancora si trovano nel Nord-Est della Siria, la risoluzione chiedeva a tutti i Paesi dell’Unione di rimpatriare i bambini in possesso di cittadinanza europea. In aggiunta, al blocco comunitario era stato altresì richiesto di tener conto delle specifiche situazioni familiari di ogni minore.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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