L’Iraq a un anno dalle proteste

Pubblicato il 1 ottobre 2020 alle 15:59 in Iraq Medio Oriente

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Il primo ottobre 2019, centinaia di manifestanti iracheni sono scesi in piazza per protestare contro le forze politiche al potere, richiedendo cambiamenti politici ed economici. Ad oggi, primo ottobre 2020, il Paese ha un nuovo premier, Mustafa al-Kadhimi, il quale cerca di rispondere alle aspettative della popolazione. Tuttavia, vi sono ancora alcune sfide da affrontare.

Come riportato da al-Jazeera, giovedì primo ottobre centinaia di manifestanti sono scesi per le strade irachene per ricordare la cosiddetta “rivoluzione di ottobre”, radunandosi soprattutto a piazza Tahrir, uno dei luoghi simbolo della mobilitazione popolare dell’anno precedente. Questa aveva interessato, in particolare, la capitale Baghdad e diverse città meridionali. Tra le richieste principali vi erano le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione. I movimenti di protesta hanno provocato la caduta del precedente governo e la successiva nomina di al-Kadhimi, il premier più giovane dall’istituzione dello Stato iracheno, il cui mandato ha avuto inizio il 6 maggio scorso.

In occasione del primo anniversario, il primo ministro, il capo di Stato, Barham Salih, e il presidente del Parlamento, Mohamed al-Halbousi, hanno elogiato il ruolo svolto dal popolo iracheno nel raggiungimento di obiettivi che vanno nell’interesse del Paese stesso. Al-Kadhimi ha incoraggiato il popolo a proseguire nell’esprimere le proprie opinioni e a salvaguardare la sovranità irachena, lontano da ingerenze esterne, e si è detto disposto a seguire la road map precedentemente delineata, volta a soddisfare le richieste presentate. Salih ha poi evidenziato la necessità di tenere elezioni giuste ed eque, lontano dal “potere delle armi”.

Dal canto loro, i gruppi radunatisi a piazza Tahrir hanno sottolineato che, sebbene pacificamente, continueranno a portare avanti la propria missione e a richiedere riforme politiche ed economiche. Non da ultimo, i manifestanti hanno chiesto punizioni per coloro che hanno “ucciso, rapito, torturato e arrestato attivisti” nel corso degli ultimi mesi. A tal proposito, l’Osservatorio iracheno per i diritti umani ha invitato il primo ministro ad annunciare i risultati delle indagini sul fascicolo delle uccisioni legate proteste, sottolineando come, sino ad ora, i responsabili siano ancora impuniti.

Risale al 23 maggio il report pubblicato dalla Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI), in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse, connessi ai movimenti di protesta e repressione. Oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filoiraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

Parallelamente, i coordinatori delle proteste hanno invitato il Parlamento ad approvare la nuova legge elettorale parlamentare, in particolare la clausola “multi-distrettuale”, mentre hanno esortato lo Stato a limitare il possesso di armi, “criminalizzando qualsiasi gruppo armato” che non rispetti le istituzioni di sicurezza governative. Inoltre, le autorità irachene sono state invitate a rispettare la data prevista per le prossime elezioni, che si terranno presumibilmente il 6 giugno 2021 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Le suddette richieste, è stato affermato in un comunicato, dovranno essere soddisfatte entro il 25 ottobre.

Una delle sfide del governo al-Kadhimi continua ad essere il controllo dello Stato di gruppi armati, spesso ritenuti responsabili di episodi di tensione e violenza, tra cui gli attacchi contro postazioni e strutture statunitensi. A tal proposito, il primo ottobre, il Ministero dell’Interno iracheno ha annunciato che avvierà le procedure per un “inventario delle armi”, volto a comprendere il quadro della situazione, ed ha rivelato che vi sono stati sviluppi in merito alle indagini sugli ultimi attacchi contro missioni diplomatiche in Iraq, tra cui quello contro Erbil del 30 settembre.

Il popolo ha da sempre evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi e alla dilagante corruzione, anche la disoccupazione, in particolare giovanile, e, a seguito dell’escalation verificatasi a cavallo tra il 2019 ed il 2020, era stata messa in luce l’influenza di Washington e Teheran nel Paese. Le proteste si erano interrotte dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 nel Paese ed i rischi a questa connessa, ma il malcontento popolare ha continuato a manifestarsi in sporadici episodi anche dopo il 10 maggio, a seguito dell’elezione di al-Kadhimi.

La missione annunciata sin dall’inizio dal primo ministro è salvaguardare la sovranità dell’Iraq, oltre a rafforzare le leggi vigenti, limitare l’uso delle armi allo Stato ed impedire ad altri Paesi di trasformare i territori iracheni in un campo di battaglia o in una base per attaccare altri Stati. Parallelamente, al-Kadhimi si è rivolto alla situazione economica irachena e alla lotta alla pandemia di Covid-19, intensificando gli sforzi volti ad affrontare le crisi attuali e a delineare un piano di bilancio adeguato, mentre, sul fronte politico, il premier si è impegnato ad indire elezioni anticipate nel 2021.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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