Egitto: dalle proteste alla “guerra di strada”

Pubblicato il 1 ottobre 2020 alle 9:02 in Africa Egitto

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L’area di Awamiya, situata nel governatorato di Luxor, nel Sud dell’Egitto, ha assistito, nella sera del 30 settembre, a violenti scontri tra le forze di sicurezza e manifestanti locali, scesi in piazza per protestare contro la morte di un giovane cittadino, ucciso dalla polizia a colpi di arma da fuoco.

Secondo fonti e attivisti locali, le forze di polizia speciali hanno ucciso il giovane Awais al-Rawi nel corso di un raid condotto all’alba del medesimo giorno, il 30 settembre, durante il quale Awais si è opposto all’arresto del fratello. A detta delle fonti, la vittima è stata sparata con tre proiettili alla testa e, poche ore dopo l’incidente, il villaggio si è trasformato in una “caserma militare”, dove sono giunti veicoli militari e soldati egiziani, nel tentativo di placare la rabbia della popolazione locale.

Lo stato di caos è tensione è durato per tutta la notte, fino alle prime ore di giovedì primo ottobre. Come mostrano i diversi video diffusi in rete, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro la popolazione di Awamiya, provocando un incendio in uno degli edifici del villaggio. Sui social egiziani è stato diffuso l’hashtag “George Floyd Nasr”, collegando l’uccisione di Awais a Luxor a quella di George Floyd negli USA, del 25 maggio scorso. Sebbene non direttamente connesso, l’episodio del 30 settembre si colloca in un clima di crescente mobilitazione popolare in Egitto, in cui il popolo continua a richiedere le dimissioni del capo di Stato, Abdel Fattah al-Sisi. Anche a Luxor, in realtà, i manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’uccisione di Awais hanno altresì inneggiato slogan contro il presidente egiziano.

È dal 20 settembre che gruppi di manifestanti hanno cominciato a mostrare la propria rabbia contro un governo definito “militare” e considerato corrotto, nonché responsabile del deterioramento delle condizioni di vita del popolo egiziano. Ad aver incoraggiato la popolazione a scendere in piazza è l’imprenditore Mohamed Ali, lo stesso che già nel 2019 aveva accusato il presidente Abdel Fattah al-Sisi, oltre ad alcuni comandanti dell’esercito, di corruzione e spreco di denaro pubblico. Egli ha esortato il popolo egiziano ad unirsi in una nuova rivoluzione per salvare il Paese, vittima di oppressione e ingiustizia. La data scelta per l’inizio della mobilitazione è stata il 20 settembre, in concomitanza con il primo anniversario dei movimenti del 2019, che hanno causato la più ampia campagna di arresti dall’elezione del presidente al-Sisi.

In tale quadro, il 28 settembre, la Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECRF), un’organizzazione egiziana per i Diritti umani con sede al Cairo, ha riferito che, nel corso dell’ultima ondata di proteste, il numero degli arresti ha raggiunto quota 382. Di questi, 57 sono minori, mentre al bilancio sono altresì da aggiungersi 87 persone che, al momento, risultano essere scomparse. La Procura suprema per la sicurezza dello Stato ha accusato gli imputati di “adesione a gruppi terroristici, diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e dei mezzi di comunicazione di massa, finanziamento di gruppi terroristici e partecipazione a manifestazioni senza disposizioni legali”.

Il motivo scatenante delle recenti proteste è da ricollegarsi alle misure di al-Sisi volte a contrastare l’abusivismo edilizio. In particolare, il presidente egiziano ha emanato, nel mese di gennaio, un’ordinanza con cui ha sancito la possibilità di trovare, entro sei mesi, un accordo con lo Stato che consentirebbe di costruire in aree illegittime, stabilendo, al contempo, la demolizione di tutti quegli edifici costruiti abusivamente e di cui non ne è stata comprovata la legittimità, tra cui numerose abitazioni. La stragrande maggioranza dei cittadini che beneficia di alloggi considerati abusivi appartiene alle classi più povere, non in grado, quindi, di affrontare le spese richieste per evitare la demolizione della propria abitazione, spesso pari al 100% del prezzo di base dell’immobile.

Tra gli altri fattori che hanno alimentato tale clima di mobilitazione vi sono l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi di base, i fenomeni di repressione da parte delle forze di sicurezza, la “nazionalizzazione” della vita politica e il controllo dei media, megafono della sola voce di al-Sisi. Alcuni cittadini hanno poi evidenziato l’incapacità del capo di Stato di gestire il dossier relativo alla diga africana, mettendo a rischio il futuro delle risorse idriche dell’Egitto, così come la questione delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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