Libia: fine dei colloqui del Comitato militare, cosa è stato detto

Pubblicato il 30 settembre 2020 alle 8:26 in Africa Libia

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Il round di colloqui del Comitato militare 5+5, svoltosi in Egitto sotto l’egida delle Nazioni Unite, si è concluso con una serie di raccomandazioni definite “importanti” da parte della Missione di Sostegno in Libia (UNSMIL).

Il Comitato militare congiunto, formato da cinque rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e da altrettanti membri del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), è uno dei risultati della cosiddetta conferenza di Berlino, il meeting svoltosi il 19 gennaio in cui diversi attori a livello internazionale hanno discusso delle eventuali strade da seguire per risolvere il conflitto e la crisi in Libia. L’obiettivo cardine è giungere ad un cessate il fuoco permanente e allontanare dal Paese Nord-africano tutti i combattenti non libici.

Il 28 e 29 settembre la città egiziana di Hurghada, situata lungo la costa del Mar Rosso, ha ospitato un nuovo round di colloqui, nel corso dei quali, a detta della Missione Onu, sono state discusse diverse questioni in ambito militare e di sicurezza. Al tavolo dei negoziati erano presenti anche ufficiali dell’esercito e della polizia, affiliati sia al GNA sia alle “forze armate arabe libiche”, con riferimento all’esercito guidato dal generale Khalifa Haftar. In una dichiarazione ufficiale, la Missione UNSMIL ha riferito che l’incontro si è svolto in uno spirito di “responsabilità, trasparenza e fiducia reciproca”. Tra le questioni discusse vi sono le misure volte a “rafforzare la fiducia”, le disposizioni in materia di sicurezza, che saranno ulteriormente definite in una fase successiva, e le responsabilità e i compiti delle “guardie” poste al controllo delle strutture petrolifere. Non da ultimo, il meeting ha preso in esame le strade da seguire per “stabilizzare” il cessate il fuoco e garantire una tregua permanente, in vista dell’avvio di dialoghi politici ed economici finalizzati a una soluzione globale nel Paese e al raggiungimento della stabilità nella regione e nel Mediterraneo.

Al termine dell’incontro, entrambe le delegazioni si sono dette concordi su una serie di punti. Tra questi, la necessità di accelerare i tempi per tenere ulteriori meeting del Comitato, presumibilmente anche a partire dalla prossima settimana, il rilascio di coloro che sono detenuti senza condizioni o restrizioni specifiche e l’adozione di misure che consentano uno scambio dei prigionieri entro la fine del mese di ottobre, attraverso la formazione di campagne specifiche. Inoltre, i partecipanti hanno evidenziato la necessità di porre fine a campagne di “escalation mediatica e di incitamento all’odio”, sostituendole con discorsi che promuovano la tolleranza e la riconciliazione, e che contrastino forme di violenza e terrorismo. Si è poi convenuto di accelerare l’apertura delle linee di trasporto aereo e terrestre, al fine di garantire libertà di movimento ai cittadini tra tutte le città libiche. Non da ultimo, le delegazioni hanno preso in esame le disposizioni di sicurezza per le diverse regioni del Paese e si sono dette disposte a discutere delle mansioni della “Guardia dei giacimenti petroliferi”, al fine di garantire regolarità per le operazioni di produzione ed esportazione.

È dal 21 agosto, data in cui il premier del GNA, Fayez al-Sarraj, e il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, hanno annunciato un cessate il fuoco e incoraggiato la smilitarizzazione della città costiera di Sirte, che il panorama internazionale assiste ad una maggiore mobilitazione, con il fine ultimo di trovare una risoluzione al perdurante conflitto libico.

La situazione di grave instabilità in Libia ha avuto inizio il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese Nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar, l’Italia e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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