La Siria a 5 anni dall’intervento di Mosca

Pubblicato il 30 settembre 2020 alle 17:00 in Russia Siria

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La Russia ha fatto il suo ingresso nel panorama siriano il 30 settembre 2015, ponendosi a fianco delle forze affiliate al presidente Bashar al-Assad. Nel giorno di tale anniversario, è stato tracciato un bilancio degli effetti provocati, in primis lo sfollamento di milioni di siriani.

Il conflitto siriano ha avuto inizio il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. A confrontarsi vi sono le forze del regime, affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, e i gruppi ribelli, che desiderano rovesciare il governo. Gli ultimi combattimenti si sono concentrati perlopiù a Idlib, l’ultima roccaforte ancora controllata dai gruppi di opposizione, dove, attualmente, è in vigore un cessate il fuoco stabilito da Russia e Turchia il 5 marzo scorso. Tuttavia, questo è stato accolto con scetticismo dai residenti, che hanno visto innumerevoli iniziative naufragare negli ultimi anni.

La Russia è intervenuta nel conflitto il 30 settembre 2015, bombardando le regioni di Homs e Hama, allora poste sotto il controllo dei gruppi di opposizione. Come evidenziato da diversi quotidiani arabi, tra cui al-Araby al-Jadeed, le scene delle decine di migliaia di sfollati, a seguito dell’intervento russo, sono ancora vivide nella memoria siriana. A detta di al-Araby al-Jadeed, gli attacchi aerei di Mosca hanno spinto milioni di civili a lasciare le loro città e villaggi per dirigersi verso il Nord della Siria, ma sono ancora numerosi i siriani che vivono nelle aree rurali di Aleppo e Idlib.

A tal proposito, nel suo ultimo rapporto, la Rete siriana per i diritti umani ha riferito che gli attacchi condotti dalle forze russe e dall’alleanza siro-iraniana hanno provocato lo sfollamento di circa 4.5 milioni di persone, per la maggior parte costretti a fuggire più di una volta. Parallelamente, il Response Coordination Group, incaricato di documentare il numero di sfollati e rifugiati nel Nord della Siria, ha registrato lo sfollamento di 704.184 civili, a seguito di operazioni militari e attacchi in aree sicure, dal 2016 al 2018.  Durante questi anni, ha riferito l’organizzazione non governativa, le fazioni dell’opposizione siriana sono state costrette a concludere accordi di “riconciliazione” con il regime, sotto la supervisione russa.

In tale quadro, alla fine del 2016, decine di migliaia di siriani hanno lasciato Aleppo Est per rifugiarsi verso Idlib, a seguito degli accordi raggiunti con Assad e l’alleato iraniano per consegnare loro le aree conquistate, risultato di bombardamenti e battaglie. Gli sfollamenti forzati, secondo quanto riferito dal Response Coordination Group, ammontano a 218.459, verificatisi soprattutto dalla capitale e dalle sue periferie, Daraa, Quneitra e Homs, oltre alle aree del Ghouta Est.

Alla fine del 2019, gli aerei da guerra russi hanno poi fornito copertura aerea alle forze del regime e alle milizie iraniane, consentendo loro di avanzare nelle aree rurali di Hama, Aleppo e Idlib. Ciò ha causato lo sfollamento di oltre un milione di civili verso il Nord della Siria, costretti ad abbandonare le proprie abitazioni situate perlopiù ad Hama, Khan Sheikhoun, Maarat al-Numan e Saraqib, zone abitate da migliaia di civili. Fonti informate hanno confermato ad al-Arabi al-Jadeed che ci sono circa 900.000 civili negli accampamenti situati nel governatorato di Idlib, mentre altri 250.000 si trovano nella periferia Nord di Aleppo. Di fronte a tale scenario, Idlib è divenuto uno dei governatorati più densamente popolati. Fonti locali stimano che vi siano circa 4 milioni di civili, i quali vivono in un’area geografica ristretta e in condizioni di vita precarie.

Tra gli episodi più recenti, il 20 settembre, aerei da guerra russi hanno bombardato Idlib e l’area ad essa circostante, sferrando circa 30 missili. Si è trattato del “peggior bombardamento di Mosca su Idlib dal cessate il fuoco”, il cui scopo era colpire le postazioni occupate dai ribelli del gruppo jihadista HTS. A detta delle organizzazioni locali, l’attacco ha provocato circa 29 vittime, tra morti e feriti.

Stando a quanto riportato da al-Arabiya, nel corso delle ultime settimane, Ankara e Mosca hanno tenuto incontri volti a discutere dei recenti sviluppi verificatisi a Idlib e nelle aree ad Est ed Ovest del fiume Eufrate, dove sono altresì presenti le Syrian Democratic Forces (SDF). Le due parti, secondo fonti di al-Arabiya, avrebbero deciso di preservare lo status quo attuale. Mosca, poi, si è rifiutata di consentire alle forze turche di lanciare una nuova offensiva militare contro le città di Tal Rifaat e Manbij, dove sono presenti combattenti curdi.

Secondo un analista russo, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, erano consapevoli, sin dal 5 marzo, che l’accordo delineato non sarebbe stato facilmente attuabile, ma i due starebbero provando a “guadagnare tempo prima di intraprendere un nuovo round di negoziati”. Mosca, dal canto suo, potrebbe continuare la propria offensiva contro Idlib, con il pretesto di voler contrastare la minaccia terroristica nella regione, e, nel caso in cui l’avanzata delle forze del regime venga ostacolata, potrebbe concedere ad Ankara di partecipare alle operazioni di ricostruzione future. L’obiettivo della Russia resta quello di impedire una nuova offensiva contro le SDF ed i gruppi curdi, così da scongiurare un maggiore intervento di Washington, loro sostenitrice. Parallelamente, la stessa Mosca starebbe provando a guadagnarsi la loro fiducia, con il fine ultimo di includerli nel processo di risoluzione politica.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo 

di Redazione

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