Egitto-Regno Unito: al-Sisi coinvolge Johnson nelle discussioni sulla Libia

Pubblicato il 30 settembre 2020 alle 13:15 in Egitto Libia UK

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Il presidente egiziano, Abdel-Fattah al-Sisi, ha avuto una conversazione telefonica, martedì 29 settembre, con il primo ministro britannico, Boris Johnson. Durante la chiamata, i due hanno discusso principalmente della situazione libica e dei modi per ripristinare la stabilità nel Paese dilaniato dalla guerra.

Al-Sisi ha ribadito la posizione, ormai di lunga data, dell’Egitto, secondo il quale è necessario ripristinare urgentemente la stabilità e la sicurezza del Nordafrica, invitando tutte le parti libiche ad impegnarsi in percorsi costruttivi che si ispirino ai risultati della Conferenza di Berlino e della Dichiarazione del Cairo. Quest’ultima era stata un’iniziativa politica intra-libica annunciata congiuntamente da al-Sisi, dal comandante dell’Esercito nazionale libico (LNA), Khalifa Haftar, e dal presidente del parlamento libico, Aguila Saleh, a inizio giugno, per favorire il cessate il fuoco, il ritiro di tutti i mercenari stranieri dal territorio libico, lo smantellamento delle milizie e la consegna delle armi. L’obiettivo del presidente egiziano, ribadito pubblicamente in più occasioni, è dunque quello di riportare la pace e la stabilità in Libia, ripristinare i pilastri dello Stato e porre fine al caos causato dai gruppi terroristici. Il primo ministro britannico, dal canto suo, ha espresso un sincero apprezzamento per gli sforzi egiziani finalizzati a trovare una soluzione politica al conflitto e ha accettato di continuare le consultazioni e il coordinamento congiunto con l’Egitto sulla questione libica.

Nel frattempo, si sono appena conclusi, in Egitto, i colloqui del Comitato militare 5+5, formato da cinque rappresentanti dell’LNA e da altrettanti membri del governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). I negoziati, svoltisi sotto l’egida delle Nazioni Unite, si sono tenuti ad Hurghada e sono terminati, mercoledì 30 settembre, con una serie di raccomandazioni definite “importanti” da parte della Missione di Sostegno in Libia (UNSMIL).  

In una dichiarazione ufficiale, l’ONU ha riferito che l’incontro si è svolto in uno spirito di “responsabilità, trasparenza e fiducia reciproca”. Tra le questioni discusse vi sono state le misure volte a “rafforzare la fiducia”, le disposizioni in materia di sicurezza, che saranno ulteriormente definite in una fase successiva, e l’individuazione dei compiti delle “guardie” poste al controllo delle strutture petrolifere. Non da ultimo, il meeting ha preso in esame le strade da seguire per “stabilizzare” il cessate il fuoco e garantire una tregua permanente, in vista dell’avvio di dialoghi politici ed economici finalizzati a una soluzione globale nel Paese e al raggiungimento della stabilità nella regione e nel Mediterraneo. Al termine dell’incontro, entrambe le delegazioni si sono dette concordi su una serie di punti. Tra questi, la necessità di accelerare i tempi per tenere ulteriori meeting del Comitato, presumibilmente anche a partire dalla prossima settimana, il rilascio di coloro che sono detenuti senza condizioni o restrizioni specifiche e l’adozione di misure che consentano uno scambio dei prigionieri entro la fine del mese di ottobre, attraverso la formazione di campagne specifiche. 

Oltre a parlare di Libia, durante la loro telefonata, al-Sisi e Johnson hanno anche discusso degli ultimi sviluppi riguardanti la cosiddetta grande diga africana, ovvero la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). Il presidente egiziano ha sottolineato che le risorse idriche rappresentano una questione di “sicurezza nazionale” per il suo popolo e ha specificato che il governo del Cairo manterrà i propri diritti sulle acque del Nilo nonostante un eventuale futuro accordo vincolante con le parti disciplini il deposito e il funzionamento della struttura idroelettrica in maniera diversa da quella attuale.

La GERD è da anni motivo di tensione tra Sudan, Egitto ed Etiopia dal momento che i tre Stati non riescono a trovare un accordo sulla realizzazione e le modalità di utilizzo del progetto idroelettrico. La controversia riguarda soprattutto il Cairo e Addis Abeba. Quest’ultima ha avviato la realizzazione della diga, destinata a diventare la più grande del continente, nel 2011, ma da quel momento varie battute di arresto ne hanno rallentato la costruzione. L’Egitto ha sempre mostrato grande preoccupazione in merito al progetto. La posizione del Cairo è quella di assicurarsi che la costruzione della GERD non causi danni significativi ai Paesi situati a valle e che il suo riempimento avvenga in maniera graduale, così da non far scendere drasticamente il livello del fiume. Per l’Etiopia, invece, i serbatoi vanno riempiti adesso, durante la stagione delle piogge, e, secondo Addis Abeba, il progetto idroelettrico sarà essenziale non solo per sostenere la sua economia, in rapida crescita, ma anche per favorire lo sviluppo di tutta la regione.

La costruzione del più grande sistema idroelettrico africano, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari, dovrebbe generare più di 6.000 megawatt di elettricità. A gennaio, il Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope aveva garantito che, nonostante gli ultimi ritardi e le trattative in sospeso, la diga avrebbe cominciato la sua produzione a fine 2020 e sarebbe diventata pienamente operativa nel 2022. Si pensa che la diga, una volta terminata, renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia della regione dell’Africa orientale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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