Afghanistan: perchè i colloqui sono in stallo e le continue violenze

Pubblicato il 30 settembre 2020 alle 11:48 in Afghanistan Asia

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Mentre continuano gli scontri tra governo e talebani in Afghanistan, le squadre di negoziatori impegnate nei colloqui preliminari, necessari ad avviare i negoziati di pace intra-afghani, non si riescono a mettere d’accordo su due punti fondamentali. 

Abdul Zahir, capo della polizia del distretto di Kohistan, nella provincia settentrionale afghana del Badakhshan, è stato ucciso in un attacco dei talebani, il 30 settembre, secondo la polizia locale. Sanaullah, portavoce della polizia del Badakhshan, ha riferito che i talebani hanno attaccato il distretto e che lo scontro è durato dalle 9:00 alle 12:00, ora locale, e il capo della polizia distrettuale e altri 2 poliziotti sono deceduti. Anche 4 talebani sono stati uccisi, 5 sono rimasti feriti e il gruppo militante è stato costretto a ritirarsi, secondo quanto hanno riferito le autorità. Altri tre poliziotti sono rimasti feriti nello scontro, secondo Sanaullah. I talebani non hanno ancora commentato l’attacco.

Intanto, l’inviato per la pace in Afghanistan degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, è in viaggio per Doha, in Qatar, dove le squadre negoziali dei talebani e del governo di Kabul si stanno incontrando, dal 12 settembre, per definire le regole di base per avviare una serie di colloqui e definire un percorso verso la pace nel Paese. Khalilzad ha affermato che la comunità internazionale e il popolo afghano stanno osservando gli incontri e si aspettano che le squadre facciano progressi. “Il popolo afghano e la comunità internazionale stanno osservando da vicino e si aspettano che i negoziati facciano progressi verso la produzione di una tabella di marcia per il futuro politico dell’Afghanistan e un cessate il fuoco permanente e globale”, ha scritto Khalilzad su Twitter. 

Tuttavia, alcuni critici hanno suggerito che potrebbe essere necessario un mediatore nei negoziati, poiché i gruppi di contatto di entrambe le parti non sembrano riuscire a raggiungere un accordo. Le regole procedurali per i negoziati sono formate da oltre 20 articoli e le parti si sono accordate su 18 di questi, ma sono bloccate su due regole nello specifico: la giurisprudenza religiosa alla base dei colloqui e il riconoscimento dell’accordo USA-talebani come punto di partenza per i negoziati di pace. L’ultima volta che i gruppi di contatto di entrambe le parti si sono incontrati è stata la sera del 29 settembre. L’incontro è durato alcune ore ma non è stato possibile raggiungere un accordo. 

I negoziati di Doha sono stati resi possibili da un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato in Qatar, il 29 febbraio. Sulla base di tale intesa, la Casa Bianca si è impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan e a concludere il ritiro totale entro 14 mesi dalla firma dell’accorso. Oltre a questo, nella stessa occasione, gli USA avevano negoziato con i talebani anche il rilascio di 5.000 prigionieri loro affiliati dalle carceri afgane, come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul. Se questi ultimi si rivelassero efficaci, rappresenterebbero una determinante conquista diplomatica dell’amministrazione del presidente USA, Donald Trump, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre. 

Fino a tale momento, i talebani non avevano accettato di partecipare a colloqui diretti con l’esecutivo di Kabul, appoggiato da Paesi occidentali, in quanto non lo ritengono un governo legittimo. Tuttavia, il Paese subisce ancora le gravi divisioni derivanti dalla sua travagliata storia. A seguito della fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Nel 1996 i talebani avevano il controllo di gran parte del Paese, ottenuto in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali. Nel 2001, in seguito agli episodi dell’11 settembre, gli USA hanno invaso l’Afghanistan, in quanto era stato da lì che Al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli Stati Uniti ed era lì che si nascondeva il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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