Iraq: gli USA “indignati” dall’ultimo attacco missilistico

Pubblicato il 29 settembre 2020 alle 20:32 in Iraq USA e Canada

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Gli Stati Uniti si sono definiti “indignati” dall’attacco missilistico effettuato a Baghdad, il 28 settembre. L’assalto doveva essere diretto contro le truppe statunitensi ma ha colpito un’abitazione civile, causando la morte di 5 persone.  

Il Dipartimento di Stato degli USA ha reso pubblica tale reazione il 29 settembre, aggiungendo un’esortazione per le autorità irachene ad agire immediatamente per trovare e assicurare alla giustizia gli autori responsabili di tale attacco missilistico. “Abbiamo già sottolineato che le azioni delle milizie illegali sostenute dall’Iran rimangono il principale e il più grande deterrente alla stabilità in Iraq”, ha riferito in una dichiarazione il portavoce del Dipartimento, Morgan Ortagus. Queste dichiarazioni arrivano il giorno dopo che l’esercito iracheno aveva reso noto che una milizia sciita aveva lanciato due razzi Katyusha contro un’abitazione civile a Baghdad, il 28 settembre, uccidendo due donne e tre bambini. L’attacco avrebbe dovuto colpire le truppe statunitensi stanziate presso il vicino aeroporto. 

I tre bambini deceduti e le due donne facevano parte della stessa famiglia e sono morti a causa del razzo, che doveva invece colpire l’aeroporto di Baghdad, dove sono di stanza le truppe statunitensi. L’offensiva ha colpito l’abitazione della famiglia ed è stata lanciata dal quartiere al-Jihad di Baghdad. I militari hanno accusato “gruppi criminali codardi e bande di fuorilegge” di cercare di “creare caos e terrorizzare le persone”. In tale contesto, il primo ministro Mustafa al-Kadhimi ha ordinato l’arresto degli autori di tale violenza e ha aggiunto che “a questi gruppi non sarà permesso di andare in giro e minare la sicurezza” del Paese impunemente. Si tratta del più alto bilancio di decessi civili in Iraq, negli ultimi mesi e l’offensiva arriva lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti hanno avvertito l’Iraq che l’attuale amministrazione è intenzionata a chiudere la propria ambasciata a Baghdad, entro 3 mesi, a meno che il governo iracheno non fermi l’ondata di attacchi missilistici lanciati dalle milizie sciite. 

Due funzionari iracheni hanno specificato che gli Stati Uniti hanno informato le autorità irachene sui primi provvedimenti preliminari, in modo da poter chiudere l’ambasciata nei prossimi mesi mantenendo il consolato a Erbil, la capitale della regione curda dell’Iraq. “Quello che ci viene detto è che si tratta di una chiusura graduale dell’ambasciata nell’arco di due o tre mesi”, ha dichiarato un funzionario iracheno. Secondo la fonte, tale misura potrebbe arrivare insieme al ritiro delle truppe americane nel Paese. Una chiusura così graduale darebbe a Washington il tempo di invertire la mossa se le autorità irachene intraprendessero un’azione decisiva per proteggere le strutture statunitensi, ha aggiunto il funzionario iracheno, nonostante i rischi di aumentare le tensioni con l’Iran e le milizie irachene sostenute dalla Repubblica islamica. Da parte loro, i funzionari degli USA hanno avvertito che se l’ambasciata dovesse essere chiusa, l’esercito avrebbe comunque reagito colpendo le milizie sciite responsabili degli attacchi contro gli interessi statunitensi. 

A partire da ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.  La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington.

Di conseguenza, il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci. In tale quadro, il 9 settembre, l’esercito degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione delle proprie truppe in Iraq, da 5.200 a 3.000 soldati. Per Washington, il ritiro rientra nelle promesse elettorali di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, quando aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite” degli USA. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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