Egitto: 9 giorni di proteste, 382 arresti

Pubblicato il 29 settembre 2020 alle 16:03 in Africa Egitto

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Un’organizzazione egiziana per i Diritti umani con sede al Cairo ha riferito che, nel corso dell’ultima ondata di proteste che ha avuto inizio il 20 settembre, il numero degli arresti ha raggiunto quota 382. Di questi, 57 sono minori.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base di quanto dichiarato dalla Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECRF) il 28 settembre, al bilancio sono altresì da aggiungersi 87 persone che, al momento, risultano essere scomparse. Per quanto riguarda i 382 casi, è stato specificato, 249 sono stati documentati direttamente dalla ECRF, mentre gli altri 133 sono stati registrati da altre organizzazioni attive nel medesimo ambito. Inoltre, 205 individui hanno ricevuto un mandato di arresto, mentre 44 sono stati detenuti dopo indagini svolte offrendo loro supporto legale.

La Procura suprema per la sicurezza dello Stato ha accusato gli imputati di “adesione a gruppi terroristici, diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e dei mezzi di comunicazione di massa, finanziamento di gruppi terroristici e partecipazione a manifestazioni senza disposizioni legali”. A tal proposito, i contenuti dei cellulari della maggior parte dei detenuti e i loro post sui social media sarebbero stati impiegati come prove. In tale quadro, il 27 settembre la Pubblica accusa egiziana ha rilasciato 68 bambini, appartenenti al gruppo di imputati coinvolti nel caso n. 880 del 2020, dopo che la Procura ha deciso di limitare le indagini ai disordini verificatisi nel periodo più recente.

È dal 20 settembre che gruppi di manifestanti hanno cominciato a mostrare la propria rabbia contro un governo definito “militare” e considerato corrotto, nonché responsabile del deterioramento delle condizioni di vita del popolo egiziano. Ad aver incoraggiato la popolazione a scendere in piazza è l’imprenditore Mohamed Ali, lo stesso che già nel 2019 aveva accusato il presidente Abdel Fattah al-Sisi di corruzione. Egli ha esortato il popolo egiziano ad unirsi in una nuova rivoluzione per salvare il Paese, vittima di oppressione e ingiustizia. La data scelta per l’inizio della mobilitazione è stata il 20 settembre, in concomitanza con il primo anniversario dei movimenti del 2019, che hanno causato la più ampia campagna di arresti dall’elezione del presidente al-Sisi.

L’ampia mobilitazione ha interessato diverse città e governatorati del Paese, dal Cairo ad Alessandria a Giza. Il filo conduttore è stato, però, unico, ovvero la richiesta delle dimissioni del capo di Stato al-Sisi. Nella maggior parte dei casi, i gruppi di manifestanti sono stati ostacolati dalle forze dell’ordine e di polizia, le quali, stando a quanto mostrato anche attraverso video circolati in rete, hanno impiegato gas lacrimogeni e proiettili per disperdere la folla. Simili episodi si erano verificati anche l’anno precedente, a partire dal 20 settembre 2019. In tal caso, sono stati 4.000 i manifestanti condannati a pene detentive, dopo essersi ribellati contro il regime per il perdurante deterioramento delle condizioni economiche e il suo “monopolio” sui media. Stando alle ultime informazioni riferite da organizzazioni per i diritti umani, alcuni manifestanti si trovano ancora in custodia cautelare. Tra questi vi sono altresì giornalisti, giuristi, politici e avvocati.

Il motivo scatenante delle nuove proteste è la cosiddetta “legge di riconciliazione” in relazione alle disposizioni di al-Sisi volte a contrastare il fenomeno di abusivismo edilizio. In particolare, il presidente egiziano ha emanato, nel mese di gennaio, un’ordinanza con cui ha sancito la possibilità di trovare, entro sei mesi, un accordo con lo Stato che consentirebbe di costruire in aree illegittime, stabilendo, al contempo, la demolizione di tutti quegli edifici costruiti abusivamente e di cui non ne è stata comprovata la legittimità, tra cui numerose abitazioni. La stragrande maggioranza dei cittadini che beneficia di alloggi considerati abusivi appartiene alle classi più povere, non in grado, quindi, di affrontare le spese richieste per evitare la demolizione della propria abitazione, spesso pari al 100% del prezzo di base dell’immobile.

Come riportato da al-Araby al-Jadeed, attraverso i tweet maggiormente diffusi negli ultimi giorni, i quali hanno seguito “Arrabbiati, egiziano”, gli utenti hanno altresì criticato la politica di al-Sisi di vendere terre e proprietà demaniali ai paesi del Golfo, dopo aver tolto loro lo status di proprietà pubblica. Non da ultimo, nella notte tra il 28 e 29 settembre è stato condiviso l’hashtag “Secondo venerdì di rabbia”, con cui i gruppi di manifestanti sono stati esortati a scendere per le strade del Paese anche per il prossimo venerdì 2 ottobre.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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