Armenia-Azerbaigian: le chiavi per comprendere il conflitto

Pubblicato il 29 settembre 2020 alle 16:30 in Armenia Azerbaigian

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Il Caucaso meridionale è nuovamente zona di guerra. Gli eserciti di Armenia e Azerbaigian si affrontano nel Nagorno-Karabach. Presentiamo qui alcune chiavi per comprendere meglio il conflitto in corso.

  1. Il Nagorno-Karabach: un’ex autonomia azera popolata da armeni

Il territorio montuoso del Nagorno-Karabach è entrato a far parte dell’Azerbaigian nel 1921 per decisione dell’Ufficio Caucaso del Partito Comunista Russo. In precedenza, l’enclave –abitata da armeni sin dai tempi dell’Impero Romano – era parte di uno dei governatorati dell’Impero russo, dove, all’inizio del XX secolo, si sono verificati sanguinosi scontri tra gli abitanti armeni e azeri del territorio per motivi religiosi. Gli armeni sono infatti cristiani, con una chiesa autonoma, la Chiesa apostolica armena, mentre gli azeri sono musulmani sciiti.

La cessione del territorio all’Azerbaigian da parte delle nuove autorità comuniste ha sempre destato il disagio della popolazione armena, che, secondo i censimenti di epoca sovietica, era la maggioranza.

Nel 1988, durante il processo della “perestrojka”, l’allora autonomia azera popolata per lo più da armeni annunciò il desiderio di separarsi dall’Azerbaigian per entrare in Armenia. Tale decisione fu accompagnata da sanguinosi scontri dentro e fuori il Nagorno-Karabach. A Baku e a Sumgait, in Azerbaigian, si verificarono veri e propri pogrom contro la popolazione di etnia armena, almeno 200 persone furono uccise. Tra il 1989 e il 1993, oltre 200.000 armeni hanno lasciato l’Azerbaigian. Gli abitanti azeri del Karabach, 37.000 persone secondo l’ultimo censimento sovietico, furono costretti ad abbandonare la regione.

  1. La guerra del 1991-94

Le tendenze nazionaliste in Azerbaijan e Armenia continuarono a crescere e nel 1991, subito dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, scoppiò una sanguinosa guerra per il controllo del Nagorno-Karabach tra le due repubbliche.

Gli scontri armati sono durati tre anni e hanno causato circa 25.000 morti. Come conseguenza del conflitto, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabach e di sette distretti adiacenti, occupati dalla parte armena, che li considera una “striscia di sicurezza”.

Durante la guerra, nel 1992, si tenne in Karabach un referendum, durante il quale la quasi totalità della popolazione si espresse a favore della proclamazione del territorio separatista come repubblica indipendente. Il territorio assunse il nome di Repubblica di Artzakh.

Tuttavia, l’entità autoproclamata non è stata finora riconosciuta da alcun membro della comunità internazionale, compresa l’Armenia. Il premier armeno Pashinyan, alla luce del conflitto attuale, ha affermato che Erevan potrebbe riconoscere la Repubblica di Artzakh.

  1. La tregua del 1994

Le sconfitte militari provocarono la caduta dei primi due presidenti dell’Azerbaigian indipendente, Ayaz Mutallibov e Abdulfaz Elcibey. Nel 1994, quando salì al potere Heydar Aliyev, padre dell’attuale presidente azero Ilham, fu firmata una tregua tra le tre parti in conflitto – Azerbaigian, Armenia e Nagorno Karabach, nell’ambito di una cerimonia che si è svolta nella capitale del Kirghizistan, Bishkek, sotto gli auspici della Russia.

Contemporaneamente, in seno all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) è stato creato il Gruppo di Minsk per la soluzione pacifica del conflitto in Karabach, copresieduto da Russia, Francia e Stati Uniti. Il Gruppo di Minsk per 16 anni ha cercato di portare i negoziati fuori da un punto morto senza grandi successi.

Secondo l’Armenia, uno dei motivi dello stallo è che il Nagorno-Karabach è stato escluso dal processo negoziale, poco dopo la firma del cessate il fuoco.

Da parte sua, l’Azerbaigian insiste sul fatto che la soluzione al conflitto implica necessariamente la liberazione dei territori occupati, richiesta che è stata sostenuta da diverse risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

  1. La guerra dei quattro giorni del 2016

Da quando il conflitto è stato “congelato” lungo una linea del cessate il fuoco per la quale l’Azerbaigian ha perso un quinto del territorio che aveva ai tempi sovietici, più di una volta si sono verificati scontri tra l’esercito locale, appoggiato dall’Armenia e le truppe azere.

L’ultimo scontro, prima di quello in corso, che aveva riacceso i timori di un conflitto su vasta scala si è svolto nell’aprile 2016 ed è stato chiamato la “guerra dei quattro giorni”.

Durante quell’escalation, almeno trecento persone sono state uccise da entrambe le parti e diverse centinaia sono rimaste ferite.

  1. Scontri tra Armenia e Azerbaigian del luglio 2020

Negli ultimi anni si sono registrati scontri tra i due Paesi non solo nell’area del Nagorno-Karabach, ma anche al confine di stato tra Armenia e Azerbaigian.

L’ultimo di questi scontri ha avuto luogo nella zona settentrionale del confine comune il 12 luglio scorso, nella regione di Tavush, e continua ancora oggi.

Le parti impiegano non solo armi leggere ma anche artiglieria pesante e aviazione.

Ufficialmente, questi scontri, già condannati dalla comunità internazionale, hanno causato almeno venti morti da entrambe le parti, tra cui numerosi civili.

Le due parti si accusano vicendevolmente di aver dato inizio agli scontri tentando un’invasione.

  1. Gli scontri in corso

Domenica 27 settembre il conflitto è ripreso con un intenso bombardamento azero sulla periferia della capitale del Nagorno-Karabach, Stepanakert. L’Armenia e il Nagorno-Karabach hanno dichiarato la legge marziale e proclamato la mobilitazione generale. Anche l’Azerbaigian ha proclamato la legge marziale, ma la mobilitazione è parziale.

Baku e Erevan si accusano reciprocamente di aver iniziato il conflitto.  Il bombardamento di Stepanakert, affermano le autorità azere, è stato la risposta a un attacco armeno lungo la linea del cessate il fuoco. “Una menzogna” – secondo il governo armeno.

Gli scontri si registrano da allora lungo tutta la linea del cessate il fuoco, in particolare nel saliente meridionale, nel dipartimento di Fizuli, una città azera conquistata dagli armeni nel 1993 e oggi parte della Repubblica di Artzakh.

Al momento si registrano circa 100 morti, di cui 84 soldati dell’esercito del Karabach.

  1. Il ruolo della Turchia

La Turchia fornisce assistenza all’Azerbaigian a tutti i livelli sin dagli scontri di luglio. Sebbene i turchi siano sunniti e gli azeri sciiti, sono entrambi popoli turanici, che si considerano fratelli. Il presidente turco Erdogan ha definito l’Armenia “il principale pericolo della regione” e afferma che gli armeni “se ne devono andare” dal Karabach.

A causa di tensioni che risalgono al genocidio del popolo armeno nell’Impero Ottomano nel 1915, l’Armenia considera la Turchia il principale pericolo alla sua sicurezza nazionale, e il premier Pashinyan ha lanciato un appello alla comunità internazionale a “fermare” Ankara.

La Turchia secondo fonti armene sta assistendo militarmente l’Azerbaigian con caccia F-16 e miliziani addestrati in Siria. La Russia, come aveva già fatto a luglio, ha chiesto alla Turchia di non fomentare il conflitto e di astenersi da operazioni che possano peggiorare la situazione.

  1. Il ruolo della Russia

Tra i copresidenti del gruppo di Minsk, Mosca è quello principalmente coinvolto nel conflitto. La Federazione russa è formalmente alleata dell’Armenia nel quadro del Trattato dell’Organizzazione sulla Sicurezza Collettiva (CSTO) e dispone di una base militare nel paese transcaucasico, divisa tra Gyumri, dove stazionano le truppe di terra, e l’aeroporto di Erebuni. La Russia tuttavia ha ottimi rapporti politici e commerciali anche con l’Azerbaigian, sebbene diffidi dell’avvicinamento eccessivo di Baku ad Ankara.

Il ministro degli esteri Lavrov, gli ambasciatori russi a Baku e a Erevan, i responsabili militari e anche il presidente Putin sono in costante contatto con le controparti armene e azere, per ristabilire quanto prima il cessate il fuoco e riportare i contendenti al tavolo dei negoziati.

  1. La situazione politica interna ai due Paesi

L’Armenia ha vissuto una primavera politica nell’aprile 2018, quando la “rivoluzione di velluto” ha posto fine a oltre un decennio di governo del Partito Repubblicano Armeno, coinvolto in numerosi scandali di corruzione. Da quel momento il premier Nikol Pashinyan ha avviato un processo di riforme politiche ed economiche, non esente da tensioni con gli alleati di governo. Il conflitto ha rinsaldato l’unità nazionale. La diaspora armena in tutto il mondo si è mobilitata a sostegno dell’esercito impegnato nel conflitto.

Il governo dell’Azerbaigian è guidato da Ilham Aliyev, successo a suo padre Heydar a capo dello Stato il 31 marzo 2003. Anche a Baku a tensione con l’Armenia ha messo in secondo piano i problemi interni: una siccità che aggrava i disordini sociali nelle campagne, le critiche internazionali per i sospetti sulle recenti elezioni parlamentari e per l’arresto di diversi esponenti dell’opposizione, e soprattutto il contraccolpo economico subito per via del crollo del prezzo del greggio, principale fonte di entrate del Paese.

Secondo il Democracy Index del 2019 pubblicato dall’Economist, l’Armenia ha un punteggio di 5,54 è un “Regime Ibrido” in transizione verso la democrazia (punteggio 6); l’Azerbaigian, con un punteggio di 2,75 è classificato come “Paese Autoritario”, in particolare per via dell’assenza di pluralismo.

 

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Italo Cosentino, interprete 

di Redazione

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