Amnesty International se ne va dall’India

Pubblicato il 29 settembre 2020 alle 15:51 in Uncategorized

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L’organizzazione umanitaria Amnesty International ha interrotto le proprie operazioni in India il 29 settembre, dopo che i suoi conti bancari sono stati congelati dal governo indiano, lo scorso 10 settembre, nel quadro di quella che l’organizzazione ha definito “un’incessante caccia alle streghe” contro le associazioni per i diritti portata avanti dall’esecutivo indiano.

Il governo di Nuova Delhi, con a capo il premier Narendra Modi, avrebbe adottato quest’ultima decisione nei confronti di Amnesty per punirla a causa delle numerose denunce di violazione dei diritti che avrebbe portato alla luce in India. L’organizzazione ha dichiarato di aver licenziato il proprio personale dopo essere stata sottoposta ad una severa repressione negli ultimi due anni sulla base di accuse per truffa finanziaria, che  ha dichiarato essere infondate.

Le più recenti denunce di Amnesty International hanno riguardato soprattutto la regione, contesa con il Pakistan, di Jammu e Kashmir e la condotta della polizia indiana durante le proteste a Nuova Delhi dello scorso febbraio. Il direttore esecutivo di Amnesty International India, Avinash Kumar, ha dichiarato che: “Le costanti vessazioni adoperate dalle agenzie governative, compreso il l Directorate of Enforcement, sono il risultato delle nostre richieste di trasparenza al governo”. Kumar ha affermato che negli ultimi giorni, il governo ha adottato cambiamenti alla legge nota come Foreign Contribution Regulation che ha definito nuove condizioni per le organizzazioni attive in India con l’intento di controllarne i finanziamenti e creare “un’atmosfera di sfiducia nei loro confronti”.

 Il governo indiano, da parte sua, non ha ancora risposto alle accuse che gli ha rivolto l’organizzazione.

Il governo di Modi, che è anche il leader del partito nazionalista-induista Bharatiya Janata Party (BJP), è stato accusato di aver cercato di reprimere il dissenso nella regione a maggioranza musulmana del Kashmir, dove, da trent’anni, sono in corso scontri tra forze governative e ribelli. L’esecutivo è poi accusato di operare seguendo l’agenda “prima gli induisti”, distruggendo così le fondamenta democratiche del Paese mettendo a rischio la minoranza musulmana dell’India, composta da 170 milioni di persone. Di fronte a tali accuse, però, il governo indiano ha sempre sostenuto di non essere avverso ad alcuna comunità interna al Paese.

Il Kashmir è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata e contesa tra l’India e il Pakistan che, al momento, ne amministrano aree distinte e della quale rivendicano entrambi la sovranità. Da decenni, nella parte indiana ci sono gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato da Nuova Delhi di armare i militanti. In totale, si stima che, negli ultimi trent’anni di scontri tra insorti ed esercito indiano, siano morte circa 50.000 persone.  Dall’inizio del 2020, in particolare, a causa di tali scontri avrebbero perso la vita 192 ribelli, 73 membri delle forze armate e 47 civili.

Il 5 agosto 2019, l’esecutivo di Modi aveva diviso il territorio del Kashmir sotto il suo controllo in zone amministrate federalmente dall’India, revocando gli articoli 370 e 35A della Costituzione indiana che sancivano i diritti all’autonomia di cui godeva la regione, ovvero su tutte le questioni interne, tranne difesa, comunicazione e affari esteri. Modi aveva motivato la decisione affermando che si fosse trattato di uno sforzo più ampio per consentire lo sviluppo economico della regione e per integrarla con il resto del Paese.  Il successivo 31 ottobre 2019, Nuova Delhi aveva poi pubblicato una nuova mappa del Paese in cui i territori del Jammu e Kashmir sono stati fatti rientrare nei cosiddetti Territori dell’Unione Jammu, Kashmir e Ladakh, insieme, per altro, alle aree amministrate dal Pakistan del Kashmir, di Gilgit-Baltistan e di Azad Jammu.

Per quanto riguarda le proteste di Nuova Delhi, invece, queste erano scoppiate tra lo scorso gennaio e febbraio  tra induisti e musulmani e in tale contesto la polizia era stata accusata di aver ignorato le violenze contro luoghi di culto e proprietà degli islamici e di essere stata complice dei manifestanti e delle loro azioni che avevano causato la morte di almeno 50 persone, per lo più di fede musulmana.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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