USA: verso la chiusura dell’ambasciata in Iraq

Pubblicato il 28 settembre 2020 alle 19:19 in Iraq USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno avvertito l’Iraq che l’attuale amministrazione è intenzionata a chiudere la propria ambasciata a Baghdad, entro 3 mesi, a meno che il governo iracheno non fermi l’ondata di attacchi missilistici lanciati dalle milizie sciite.

La notizia è stata riferita dalla stampa statunitense, il 28 settembre. Il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha lanciato l’avvertimento in una serie di recenti chiamate al presidente iracheno, Barham Salih, e al primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi. L’ambasciatore statunitense in Iraq, Matthew Tueller, ha poi parlato con il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein, e ha affermato che la decisione era stata voluta direttamente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tueller ha poi annunciato che i due Paesi erano entrati in una nuova era nelle loro relazioni. Il Dipartimento di Stato e l’Ambasciata degli Stati Uniti hanno rifiutato di commentare il nuovo sviluppo. 

Tuttavia, due funzionari iracheni hanno riferito che gli Stati Uniti hanno informato le autorità irachene sui primi provvedimenti preliminari, in modo da poter chiudere l’ambasciata nei prossimi mesi mantenendo il suo consolato a Erbil, la capitale della regione curda dell’Iraq. “Quello che ci viene detto è che si tratta di una chiusura graduale dell’ambasciata nell’arco di due o tre mesi”, ha dichiarato un funzionario iracheno. Secondo la fonte, tale misura potrebbe arrivare insieme al ritiro delle truppe americane nel Paese. Una chiusura così graduale darebbe a Washington il tempo di invertire la mossa se le autorità irachene intraprendessero un’azione decisiva per proteggere le strutture statunitensi, ha aggiunto il funzionario iracheno, nonostante i rischi di aumentare le tensioni con l’Iran e le milizie irachene sostenute dalla Repubblica islamica. Da parte loro, i funzionari degli USA hanno avvertito che se l’ambasciata dovesse essere chiusa, l’esercito avrebbe comunque reagito colpendo le milizie sciite responsabili degli attacchi contro gli interessi statunitensi. 

A partire da ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.  La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

Allo stesso tempo, in una dichiarazione congiunta rilasciata a margine del primo meeting, Washington ha dichiarato che continuerà a ridurre il numero di soldati dalle basi irachene ed ha discusso con la controparte del ruolo futuro delle truppe che, invece, rimarranno nel Paese. In tale quadro, il 9 settembre, l’esercito degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione delle proprie truppe in Iraq, da 5.200 a 3.000 soldati. Per Washington, il ritiro rientra nelle promesse elettorali di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, quando aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite” degli USA. Tuttavia, nonostante alcune riduzioni, rimane una presenza massiccia di soldati statunitensi rimangono in Paesi come Afghanistan, Iraq e Siria. Per Baghdad, invece, la diminuzione della presenza straniera sul territorio nazionale soddisfa le richieste della popolazione e del Parlamento.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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