Mali: Moctar Ouane nominato primo ministro

Pubblicato il 28 settembre 2020 alle 16:46 in Africa Mali

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Il nuovo presidente ad interim del Mali, Bah N’Daou, ha firmato un decreto nel quale nomina l’ex ministro degli Esteri, Moctar Ouane, premier. 

La nomina è stata annunciata il 27 settembre, due giorni dopo la cerimonia di giuramento del presidente stesso, e a seguito di un incontro, avvenuto la sera del 26 settembre, con i funzionari della giunta militare al potere dal colpo di stato del 19 agosto. Moctar Ouane è dal 2016 il delegato per la Pace e la Sicurezza presso la Commissione dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA) a Ouagadougou, che ha sede in Burkina Faso. Ouane è stato anche rappresentante del Mali presso le Nazioni Unite e consigliere diplomatico alla presidenza del Paese. Secondo quanto riferisce il North Africa Post, il diplomatico è un uomo indipendente e saldo nei propri principi. Secondo il suo entourage, il nuovo premier intende lavorare con il presidente di transizione in modo da garantire che il sistema del Paese rimanga indipendente rispetto alla giunta militare e sia sempre dotato di mezzi adeguati.

A seguito della nomina, tutti gli occhi sono puntati sull’ECOWAS, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, che aveva promesso di revocare le sanzioni imposte al Mali, solo dopo la nomina di un primo ministro civile. I 15 Paesi dell’ECOWAS – ovvero Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo – aveva imposto sanzioni al Mali il 20 agosto, a seguito del colpo di Stato militare del 18 agosto, che aveva rovesciato l’ex presidente, Ibrahim Boubacar Keita. Le sanzioni erano state ideate al fine di esercitare pressioni per un rapido ripristino di un governo civile, ma anche per dissuadere i cittadini di altri Paesi africani a seguire l’esempio del Mali. La Costa d’Avorio e la Guinea sono stati i sostenitori principali dell’adozione di una linea dura contro gli insorti. La ragione potrebbe essere legata al fatto che anche i loro cittadini hanno protestato, a volte anche violentemente, contro i rispettivi presidenti, Alassane Ouattara e Alpha Condé. Di conseguenza, non vorrebbero che il blocco dell’Africa Occidentale mostrasse debolezza difronte a prese di potere come quella dell’esercito maliano. Le sanzioni contro il Mali prevedono restrizioni commerciali e includono il divieto di scambi e flussi finanziari. Tuttavia, queste non limitano la circolazione di beni di prima necessità, farmaci, attrezzature per combattere la pandemia di coronavirus, carburante o elettricità. 

Bah N’Daou aveva lanciato un appello all’ECOWAS, chiedendo di revocare le sanzioni, in occasione della cerimonia del 22 settembre nella capitale maliana, Bamako, in cui si sono celebrati i 60 anni dall’indipendenza nazionale del Paese africano. “Il messaggio al popolo maliano è un messaggio di unione sacra intorno al Mali, e chiedo loro di sostenere le forze armate di difesa e sicurezza. Questa è un’occasione per me oggi per congratularmi e incoraggiarli per tutti i loro sforzi per portare sicurezza e pace in Mali”, aveva dichiarato N’Daou. “E esorto anche il popolo maliano a sostenere i nostri alleati come le forze impegnate nell’operazione Barkhane, MINUSMA e nella task force Takuba”, aveva aggiunto, facendo riferimento alle operazioni della Francia, dell’ONU e dell’Unione Europea. In questo modo, il nuovo governo aveva dichiarato la propria posizione relativa alla presenza di truppe straniere sul proprio territorio nazionale, una questione sulla quale alcuni esponenti dell’opposizione maliana rimangono estremamente critici. 

L’istituzione di un governo transitorio era urgente in Mali, anche a causa di un’instabile situazione interna. Prima del colpo di Stato, erano in corso da mesi manifestazioni e proteste che chiedevano le dimissioni dell’ormai ex-presidente per casi di corruzione e per il progressivo peggioramento delle condizioni di sicurezza in molte aree del Paese. Il malessere popolare era stato poi esacerbato il 5 giugno dalla diffusione dei risultati elettorali delle votazioni del precedente 19 aprile, che avevano assegnato al partito del presidente in carica, il Raggruppamento per il Mali (Rpm), la vittoria, nonostante le votazioni fossero state organizzate in condizioni dubbie e precarie, portando così la popolazione a scendere in strada. Anche il clima relativo alla sicurezza nazionale è teso. Il 9 settembre, un gruppo di militanti islamisti ha ucciso 3 soldati maliani e distrutto due veicoli in un attacco vicino ad Alatona, nella regione di Segou, nel Mali centrale. Molte altre regioni rimangono sotto il controllo di gruppi jihadisti locali.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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