Iran: i Guardiani della Rivoluzione rivelano un nuovo missile balistico navale

Pubblicato il 28 settembre 2020 alle 16:30 in Iran Medio Oriente

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Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha rivelato, il 27 settembre, di aver acquisito un nuovo missile balistico navale da una gittata pari a circa 700 km.

In particolare, come riportato dal quotidiano Asharq Al-Awsat, sulla base di fonti media iraniane, il nuovo missile è stato soprannominato “Zolfaghar Basir” e rappresenta la variante navale del missile balistico superficie-superficie Zolfaghar, impiegato per gli attacchi perpetrati nelle aree a Est del fiume Eufrate, sia nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico, tra il 2017 e il 2018, sia per le offensive condotte contro le basi di Washington situate nei territori iracheni. La portata del nuovo missile, a detta di fonti di Teheran, è pari a circa il doppio di quella degli altri missili navali posseduti dall’Iran, tra cui Hormuz 2. Tuttavia, non è stato specificato se Zolfaghar Basir sia stato o meno già testato.

I siti web affiliati al Dipartimento Propaganda e Media delle Guardie Rivoluzionarie hanno pubblicato le immagini del nuovo missile caricato su un camion, a margine dell’inaugurazione di una mostra permanente, svoltasi a Teheran, sulle capacità delle forze aerospaziali dell’unità missilistica delle “Guardie Rivoluzionarie”. La mostra include missili fabbricati e importati localmente, oltre a droni israeliani e americani abbattuti nello spazio aereo iraniano. In tale occasione, il comandante dell’IRGC, Hossein Salami, ha affermato che la mostra offre una panoramica della capacità di deterrenza del sistema difensivo dell’Iran. In tale quadro, Zolfaghar Basil mostra l’emergere di una “nuova forza” nel palcoscenico internazionale.

Come riportato da Asharq al-Awsat, l’Iran possiede il più grande e variegato arsenale missilistico del Medio Oriente. Questo include missili da crociera da impiegare in attacchi terrestri, nonché missili da crociera per attaccare navi che possono essere lanciati da terra, mare o dallo spazio aereo. In tale quadro, il 18 giugno scorso, l’Iran aveva annunciato di aver testato nuovi missili da crociera nel corso di un’esercitazione effettuata nel Nord dell’Oceano Indiano, nei pressi del Golfo di Oman. A detta di fonti mediatiche di Teheran, si trattava di una nuova generazione di missili con un raggio pari a 280 km, la cui gittata potrebbe essere ulteriormente estesa.

In tale quadro, il capo della marina iraniana, l’ammiraglio Hossein Khanzadi, aveva dichiarato che i nuovi missili da crociera, di classe C, dispongono di nuove testate in grado di colpire bersagli con un’elevata precisione e a distanza ravvicinata, oltre a poter resistere a “qualsiasi tipo di guerra elettronica”. Inoltre, tali missili sono altresì dotati di un sistema “homing”, ovvero un sistema di guida missilistica che fornisce al missile gli strumenti elettronici necessari per individuare e colpire un determinato obiettivo.  Una volta lanciato il missile, “i dati sono registrati sul missile stesso, che dispone di diversi sistemi di navigazione incorporati” ha spiegato l’ammiraglio.

Successivamente, il 20 agosto, l’Iran ha presentato il prototipo di due nuovi missili. Il primo, intitolato “Qassem Soleimani”, è un missile balistico superficie-superficie, che, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa, Amir Hatami, ha una gittata pari a 1.400 km. Il secondo, invece, chiamato “Abu Mahdi”, è un missile da crociera con un raggio pari a 1.000 km. Come riportato dalla tv di Stato iraniana, si tratta del missile più moderno al momento posseduto da Teheran, che mira a rafforzare il “potere deterrente” del Paese. 

Zolfaghar Basil giunge in un momento in cui il quadro delle tensioni tra Washington e Teheran è stato ulteriormente esacerbato dalla decisione statunitense, del 19 settembre, di reimporre sanzioni Onu contro l’Iran, sospese ai sensi della Risoluzione 2231 delle Nazioni Unite, relativa all’accordo sul nucleare iraniano del 14 luglio 2015, il cosiddetto Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA).

L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente da tale accordo, ritenuto dalla nuova amministrazione insufficiente, e, ad oggi, sta reclamando i suoi diritti di partecipazione per re-imporre sanzioni, incontrando però la ferma opposizione anche dei suoi alleati storici. Questo alla luce di quanto stabilito il 20 luglio 2015, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva approvato la Risoluzione 2231 per la rimozione delle sanzioni e dell’embargo sulle armi convenzionali in Iran. Quest’ultima, però, prevedeva anche il cosiddetto meccanismo “snapback”, in base al quale, anche se gli Stati Uniti si fossero ritirati dal JCPOA, Washington sarebbe stata comunque un partecipante avente il diritto di prolungare l’embargo sulle armi convenzionali e di prevedere l’applicazione di ulteriori sanzioni su Teheran.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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