Giordania: sciolto il Parlamento, elezioni a novembre

Pubblicato il 28 settembre 2020 alle 9:33 in Giordania Medio Oriente

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Il monarca del Regno hashemita della Giordania, il re Abdullah II, il 27 settembre, ha emanato un decreto con cui ha ufficialmente sciolto il Parlamento giordano. Ciò comporta l’organizzazione di nuove elezioni, previste per il mese di novembre prossimo, oltre che un rimpasto a livello governativo.

La Camera dei Rappresentanti giordana comprende 130 membri ed è composta perlopiù da funzionari filogovernativi, uomini d’affari ed ex funzionari della sicurezza. Il sistema del Regno prevede, poi, anche una seconda camera, il Senato, anch’essa sciolta con il decreto del 27 settembre. La data stabilità dalla commissione elettorale per le prossime elezioni legislative è il 10 novembre, ma si prevede che sarà anche il governo a subire cambiamenti, volti a placare il malcontento popolare di fronte alle difficoltà economiche esacerbate dalla pandemia di coronavirus e alle accuse di corruzione tra i gruppi politici al potere. Nello specifico, secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 74 della Costituzione, una volta sciolta la Camera dei rappresentanti, l’esecutivo di Amman è costretto a dimettersi entro una settimana e il premier in carica potrebbe non essere nuovamente designato per la formazione del nuovo esecutivo.

Il Parlamento della Giordania ha poteri legislativi, ma sono in molti ad averne evidenziato un ruolo marginale. Ai sensi della Costituzione, è il re a detenere la maggior parte dei poteri, in quanto nomina i rappresentanti del governo e approva le leggi proposte. Inoltre, il Senato è composto da un numero di membri che non supera la metà di quello della Camera dei rappresentanti. Anche in questo caso, i deputati e il presidente parlamentari sono nominati direttamente dal re, secondo la Costituzione giordana.

La durata della presidenza del Senato è di due anni, ma è possibile prorogarla per un secondo mandato, mentre il mandato presidenziale della Camera dei Rappresentanti è di quattro anni e il sovrano può decidere di estenderne la durata. Il 31 agosto 2016, il governo ha approvato un nuovo disegno di legge elettorale con cui ha ridotto il numero dei seggi parlamentari da 150 a 130 ed ha abolito la legge “un solo voto”, consentendo agli elettori di votare più di un candidato all’interno di un sistema aperto di liste proporzionali.

La principale opposizione politica nel Paese proviene da un partito affiliato alla Fratellanza Musulmana, al centro di dissidi negli ultimi mesi. In particolare, il 15 luglio, la Corte di Cassazione, considerata la massima autorità giudiziaria del Regno hashemita, ha sciolto l’organizzazione dei Fratelli Musulmani, a causa della “incapacità di correggere il suo status giuridico in conformità con le leggi giordane”.

La Giordania sta assistendo ad un clima delicato sin dall’inizio del 2018, quando il governo ha aumentato il prezzo del pane ed ha imposto nuove tasse su molti beni, generalmente soggetti a un’imposta sulle vendite del 16%. A ciò è stato aggiunto un incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali e tasse. Nello stesso periodo, il primo ministro allora in carica, Hani Mulki, si è dimesso ed il re Abdullah II ha insignito al suo posto un ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’Istruzione, ovvero Omar Razzaz. Tuttavia, a causa dell’elevata inflazione, nell’ultimo anno i prezzi dei beni sono saliti alle stelle mentre gli introiti dei cittadini non hanno subito modifiche.

Non da ultimo, il blocco causato dalla pandemia di coronavirus ha paralizzato le imprese giordane e ha ridotto le entrate di decine di milioni di dollari, provocando la contrazione economica più acuta degli ultimi venti anni. Il governo prevede che l’economia subirà un calo del 3,5% nel 2020, allontanandosi dalle stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale aveva previsto una crescita del 2% prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus.

Secondo alcuni analisti, il monarca giordano ha davanti a sé due opzioni, ovvero procedere allo scioglimento del governo guidato da Omar Razzaz oppure rinominarlo sulla base di norme costituzionali, con il fine di preservare l’intero esecutivo. A tal proposito, è stato sottolineato che, da un lato, un rimpasto di governo in un momento economico e sociale delicato potrebbe essere rischioso per Amman, ma, dall’altro lato, il clima per le strade è sempre più acceso e la popolazione spera nella caduta del governo.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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