Libia-Italia: continuano le trattative per il rilascio dei pescatori

Pubblicato il 26 settembre 2020 alle 6:45 in Italia Libia

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Le autorità della Libia orientale hanno confermato che i pescatori siciliani, fermati il primo settembre, nelle acque del Mediterraneo, dai militari del generale Khalifa Haftar, si trovano “agli arresti domiciliari” e “non sono ancora stati trasferiti in carcere”. Un funzionario della Procura generale ha specificato che il gruppo è “in attesa della formulazione dei capi di accusa e della definizione del procedimento penale”.

Dei 18 pescatori, è stato riferito che 8 sono italiani, mentre il resto possiede nazionalità differenti. La principale accusa che attualmente pende contro di loro è quella dell’ingresso illegale, senza autorizzazione, in acque economiche libiche, per scopi di pesca. Tuttavia, secondo fonti interne, i marinai potrebbero essere anche incriminati per traffico di sostanze stupefacenti. “Sono in corso delle analisi di laboratorio ordinate dalla pubblica accusa di Bengasi su alcuni dei materiali trovati sulle imbarcazioni”, ha spiegato il funzionario della Procura. “Le accuse di traffico di droga contro i pescatori provenienti dall’Italia, però, non sono state ancora formalmente presentate”, ha aggiunto la fonte.

I 18 marinai, fermati a circa 35 miglia dalla città di Bengasi, sarebbero stati sequestrati dalle Forze Navali dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), sotto il comando del generale Haftar. Oltre ai pescatori, anche i loro due motopesca, “Antartide” e “Medinea”, attivi nella zona siciliana di Mazara del Vallo, sono stati bloccati durante l’operazione della Marina libica, facente capo al governo di Tobruk.

Ai marinai siciliani è stata imputata la presenza dei loro pescherecci all’interno delle 72 miglia che la Libia rivendica unilateralmente come proprie acque nazionali. La pretesa è stata avanzata in virtù di una disposizione contenuta nella Convenzione di Montego Bay, secondo la quale un Paese è autorizzato ad estendere la propria Zona economica esclusiva (Zee) fino a un massimo di 200 miglia nautiche dalla linea di base.

La Marina di Tobruk ha dichiarato che “non è la prima volta che barche di questo tipo violano le acque libiche”. “Le nostre imbarcazioni pattugliano il mare nazionale per proteggerlo dai ladri e da chiunque cerchi di minare la nostra sovranità e rubare la nostra ricchezza marina”, avevano avvertito le Forze Navali libiche, sottolineando che i militari di Haftar si sarebbero opposti a chiunque avrebbe cercato di avvicinarsi alle acque regionali del Paese nordafricano “in questi tempi difficili”.

Intanto il generale Khaled al Mahjoub, figura di spicco dell’LNA, ha dichiarato che “il comandante Haftar si rifiuta di liberare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima del rilascio dei giovani libici condannati dalle autorità di Roma a trent’anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani”. I marinai siciliani sarebbero dunque finiti nel mezzo di una trattativa tra il governo italiano e quello di Tobruk destinata a trasformarsi in un controverso “scambio di prigionieri”. I 4 detenuti libici, che nel Paese nordafricano sono promettenti calciatori, sono stati condannati dalla corte d’Appello del Tribunale di Catania a 30 anni di carcere per il coinvolgimento nella cosiddetta “Strage di Ferragosto”, che nel 2015 aveva portato alla morte di 49 migranti partiti su un barcone dalle coste della Libia.

L’Italia, da parte sua, ha fatto sapere che non accetta ricatti quando si tratta dei propri connazionali. “Non accettiamo ricatti: i nostri connazionali devono tornare a casa”, ha ribadito più volte il ministro Esteri italiano, Luigi Di Maio. Nel frattempo, i familiari dei pescatori e alcune associazioni del territorio hanno organizzato, la sera del 25 settembre, una fiaccolata a Mazara del Vallo per chiedere il rilascio dei 18 marinai. All’iniziativa parteciperà anche Coldiretti Trapani. Nei giorni scorsi, le famiglie erano volate
a Roma per chiedere un maggior impegno nelle trattative da parte del governo

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Chiara Gentili

di Redazione

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