Diritti umani: Pechino sotto attacco per il Xinjiang

Pubblicato il 26 settembre 2020 alle 11:00 in Asia Cina

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La Cina ha respinto e negato, il 25 settembre, le accuse ricevute dal think tank australiano, Australian Strategic Policy Institute (ASPI), secondo le quali Pechino starebbe reprimendo la minoranza musulmana uigura nella regione autonoma del Xinjiang, dove, tra le altre cose, avrebbe distrutto migliaia di moschee. Parallelamente, al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, la Cina ha ricevuto dure critiche per le violazioni dei diritti umani nel Xinjiang , ma anche ad Hong Kong, dall’Unione Europea (UE), dal Regno Unito, dall’Australia e dal Canada.

In merito alle accuse ricevute dal think thank australiano, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, Wang Wenbin, ha dichiarato che, da tempo, l’ASPI starebbe ricevendo finanziamenti da forze esterne e starebbe escogitando falsità contro la Cina, ricevendo, per questo numerose accuse e non avendo alcuna credibilità accademica. Wang ha ribadito il rispetto della libertà di credo religioso in Xinjiang per tutte le persone e le minoranze, compresa quella uigura, aggiungendo che nella regione autonoma la quantità pro-capite delle moschee è di una ogni 530 credenti musulmani, una cifra dieci volte superiore agli Stati Uniti e comunque più alta rispetto a qualsiasi altro Paese musulmano, avendone almeno 24.000. Oltre a questo, Wang ha anche risposto all’accusa dell’ASPI in base alla quale la Cina avrebbe costruito campi di detenzione in Xinjiang additandola come falsa, come provato anche da molti utenti del web che si sarebbero recati agli indirizzi forniti da ASPI e avrebbero potuto verificare che si trattasse di siti industriali e aree residenziali.

Lo scorso 24 settembre, l’ASPI aveva rilasciato una relazione nella quale era stato stimato che, dal 2017, circa 16.000 moschee sarebbero state distrutte o danneggiate nel Xinjiang, seguendo politiche del governo cinese. Il think tank australiano aveva lanciato gravi accuse contro l’esecutivo di Pechino affermando che: “Il governo cinese ha adoperato una campagna sistematica e intenzionale volta a riscrivere il patrimonio culturale della regione autonoma uigura del Xinjiang […] per rendere le tradizioni culturali indigene asservite alla Nazione cinese”. L’ASPI aveva poi proseguito continuando ad accusare il governo cinese di aver cercato di eliminare il patrimonio culturale immateriale della minoranza turcofona degli Uiguri nel Xinjiang, cancellandone lingua, musica, abitazioni e abitudini alimentari.

Oltre a questo, ASPI aveva denunciato la presenza di circa 380 campi di rieducazione nel Xinjiang, fornendo una nuova stima sulla loro quantità totale che supererebbe del 40% i dati finora e che smentirebbe le affermazioni del governo cinese rispetto ad un progressivo smantellamento delle strutture in questione. In almeno 61 degli istituti individuati sarebbero state eseguite nuove costruzioni e ampliamenti, 14 sarebbero, invece, in fase di realizzazione e in 70 sarebbe in corso un cambio di destinazione d’utilizzo, come dimostrato dalla rimozione di barriere e perimetri.

Il 25 settembre, al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite alla Cina è stato poi chiesto di ripristinare i diritti legali di base a Hong Kong e di consentire indagini internazionali indipendenti in Xinjiang. In particolare, parlando a nome dell’intero blocco europeo, la Germania ha espresso preoccupazione per l’esistenza di “un’ampia rete di campi di rieducazione politica, sorveglianza capillare e  restrizioni sistematiche sulla libertà di credo contro gli uiguri e altre minoranze” nel Xinjiang. Allo stesso modo, anche l’ambasciatrice canadese all’Onu, Leslie Norton, ha denunciato “detenzioni arbitrarie di massa, la separazione dei genitori dai propri figli, controlli repressivi e report di lavori forzati e sterilizzazioni forzate” adoperati ai danni della minoranza uigura, e non solo, nel Xinjiang.

Il governo di Pechino ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” in tale regione sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. Più voci della comunità internazionale hanno però accusato Pechino di aver portato avanti una campagna di repressione e violenze contro gli la minoranza etnica degli uiguri e più stime, avrebbero rivelato che nei campi di rieducazione del Xinjiang sarebbe stato richiuso circa un milione di persone.

In risposta ad un video-denuncia riguardante sempre il trattamento degli uiguri nel Xinjiang, lo stesso portavoce del Ministero Affari Esteri della Cina, il 5 agosto scorso, aveva affermato che la cosiddetta “questione del Xinjiang” non fosse una problematica religiosa, etnica o di diritti umani, bensì essa riguarderebbe il contrasto alla violenza, al separatismo e all’estremismo. Secondo Wang, le autorità della regione autonoma del Xinjiang avrebbero colpito attività violente e di terrorismo, rispettando la legge e impedendo così che negli ultimi 3 anni si verificassero attentati.

Le iniziative in tale direzione sarebbero avvenute dopo che, il primo marzo 2014, alla stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia meridionale dello Yunnan, era avvenuto un attentato condotto con “armi bianche” in cui persero la vita almeno 30 persone e del quale furono ritenuti responsabili alcuni separatisti della minoranza uigura, che si concentra principalmente in Xinjiang.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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