USA-Iran: estesa l’esenzione dell’Iraq dalle sanzioni

Pubblicato il 25 settembre 2020 alle 6:35 in Iraq USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno concesso all’Iraq un’estensione di 60 giorni per l’importazione di gas dall’Iran, per avviare le proprie reti elettriche paralizzate, senza incorrere nelle sanzioni statunitensi. 

Baghdad fa affidamento sulle importazioni di gas ed elettricità dalla vicina Teheran per fornire circa un terzo del suo settore elettrico, logorato da anni di conflitti, corruzione e scarsa manutenzione. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno inserito nella propria lista nera delle sanzioni l’industria energetica iraniana, a partire dall’8 maggio 2018. Da allora, hanno concesso a Baghdad una serie di deroghe temporanee per evitare blackout a livello nazionale. Tuttavia, la Casa Bianca ha fatto continue pressioni sull’Iraq affinché diventasse indipendente dall’energia iraniana, in particolare collaborando con aziende statunitensi. Washington aveva mostrato a più riprese frustrazione per i lenti progressi sotto il precedente premier, Adel Abdul-Mahdi.

Sebbene l’attuale governo, guidato da Mustafa al-Kadhimi, abbia cercato di accelerare tali accordi, non è stato in grado di risolvere la questione. Durante il suo viaggio a Washington, iniziato il 20 agosto, Kadhimi ha firmato accordi con varie aziende statunitensi per lo sviluppo energetico in tutto l’Iraq, tra cui Chevron, Baker Hughes, Exxon e General Electric. In quanto secondo produttore dell’OPEC, l’Iraq fa affidamento sulle esportazioni di greggio per finanziare oltre il 90% del bilancio statale, ma il crollo dei prezzi nel 2020 ha seriamente minato la posizione fiscale del governo. In un ulteriore arresto economico, il coronavirus si è diffuso in tutto il Paese, con oltre 332.000 casi confermati e 8.754 decessi annunciati dal ministero della Salute. Dal 2018, le tensioni tra Teheran e Washington si sono manifestate anche dal punto di vista militare, in una progressiva escalation  che  è culminata con l’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, durante un raid aereo ordinato dalla Casa Bianca il 3 gennaio scorso all’aeroporto di Baghdad. A tale gesto, l’Iran ha risposto con attacchi contro alcune basi militari che ospitavano soldati statunitensi in Iraq l’8 gennaio e con un mandato d’arresto ai danni dello stesso Trump, il 29 giugno scorso. Tutt’ora, l’Iran è accusato dagli USA di essere coinvolto nei ripetuti attacchi alle truppe internazionali anti-ISIS di stanza in Iraq e ai presidi statunitensi nel Paese.

La più recente azione della Casa Bianca contro Teheran è stata l’imposizione di nuove sanzioni contro il Ministero della Difesa iraniano e contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, per aver rafforzato i legami il suo Paese e l’Iran. Il 21 settembre, il segretario di Stato, Mike Pompeo, affiancato dai massimi funzionari per la Sicurezza Nazionale del presidente degli USA, Donald Trump, ha affermato che la Casa Bianca ha imposto nuove sanzioni anche il presidente venezuelano Maduro e ha ribadito che le Nazioni Unite dovrebbero ripristinare tutte le misure economiche contro Teheran, una decisione contestata da Russia e Cina, ma anche dai principali alleati europei. Le ultime sanzioni includono un nuovo ordine esecutivo firmato da Trump contro tutte le società e le persone che acquistano o vendono armi convenzionali all’Iran. Agendo in base a quell’ordine, gli Stati Uniti hanno affermato di aver imposto sanzioni al Ministero della Difesa delle forze armate iraniane, all’Organizzazione delle Società per la Difesa Iraniane e al suo direttore, Mehrdad Akhlaghi-Ketabchi.

Un mese prima, gli USA hanno tentato di avviare una procedura presso l’ONU, il 20 agosto, accusando l’Iran di aver violato l’accordo sul nucleare del 2015. La richiesta era stata inviata anche se Washington ha abbandonato unilateralmente tale intesa, l’8 maggio del 2018. Gli Stati Uniti hanno presentato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, composto da 15 membri, accusando Teheran di non conformità all’accordo, avviando formalmente un processo che potrebbe portare, in 30 giorni, all’imposizione di sanzioni da parte dell’ONU. Tuttavia, le restanti parti dell’accordo nucleare – Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina – hanno immediatamente notificato al Consiglio di Sicurezza di non essere d’accordo con la decisione degli Stati Uniti. Gli USA hanno agito dopo che le Nazioni Unite hanno respinto la proposta di estendere l’embargo sulle armi all’Iran oltre la sua scadenza, prevista per ottobre 2020.

Il JCPOA era stato firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea e con esso erano stati previsti limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano a suo danno.  Secondo gli USA Teheran sarebbe venuta meno agli accordi, mentre, da parte sua, l’Iran ha sostenuto di aver, invece, continuato ad adempiere agli impegni del JCPOA.  La scadenza dell’embargo sulle armi era stata prevista dalla stessa Risoluzione Onu 2231, adottata il 20 luglio 2015 in seguito alla firma del JCPOA e, nonostante gli Stati Uniti si siano ritirati dall’accordo, essa dispone che Washington resti comunque un partecipante avente il diritto sia di prolungare l’embargo sulle armi, sia di prevedere l’applicazione di ulteriori sanzioni. Tre alti funzionari iraniani hanno affermato che la leadership iraniana è determinata a rimanere nell’accordo sul nucleare del 2015, sperando che una vittoria del rivale di Trump, il democratico Joe Biden, alle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre salverà l’intesa. Biden, che era il vicepresidente di Obama, ha affermato che sarebbe tornato nell’accordo se l’Iran avesse ripreso a rispettarne i termini. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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