Mali: l’ECOWAS mantiene le sanzioni

Pubblicato il 25 settembre 2020 alle 20:45 in Africa Mali

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Nel giorno del giuramento del nuovo presidente ad interim, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) ha annunciato che manterrà le sanzioni contro il Mali, fino a quando non sarà nominato un primo ministro civile. 

I 15 Paesi dell’ECOWAS – ovvero Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo – hanno reso nota la loro decisione il 25 settembre, il giorno del giuramento del nuovo presidente ad interim, il colonnello Bah N’Daou, ex ministro della Difesa del Paese. Le sanzioni “saranno revocate quando verrà nominato un primo ministro civile”, ha dichiarato il presidente della Commissione ECOWAS, Jean-Claude Kassi Brou. N’Daou ha promesso di onorare il piano, noto anche come “Carta di transizione”, secondo la quale la giunta militare al potere deve garantire una transizione verso un governo civile, entro 18 mesi. “La Carta è la mia guida”, ha dichiarato il neo presidente alla cerimonia di giuramento. 

L’ECOWAS aveva imposto sanzioni al Mali il 20 agosto, a seguito del colpo di Stato militare del 18 agosto, che aveva rovesciato l’ex presidente, Ibrahim Boubacar Keita. Le sanzioni erano state ideate al fine di esercitare pressioni per un rapido ripristino di un governo civile, ma anche per dissuadere i cittadini di altri Paesi africani a seguire l’esempio del Mali. La Costa d’Avorio e la Guinea sono stati i sostenitori principali dell’adozione di una linea dura contro gli insorti. La ragione potrebbe essere legata al fatto che anche i loro cittadini hanno protestato, a volte anche violentemente, contro i rispettivi presidenti, Alassane Ouattara e Alpha Condé. Di conseguenza, non vorrebbero che il blocco dell’Africa Occidentale mostrasse debolezza difronte a prese di potere come quella dell’esercito maliano. Le sanzioni contro il Mali prevedono restrizioni commerciali e includono il divieto di scambi e flussi finanziari. Tuttavia, queste non limitano la circolazione di beni di prima necessità, farmaci, attrezzature per combattere la pandemia di coronavirus, carburante o elettricità. 

Bah N’Daou aveva lanciato un appello all’ECOWAS, chiedendo di revocare le sanzioni, in occasione della cerimonia del 22 settembre nella capitale maliana, Bamako, in cui si sono celebrati i 60 anni dall’indipendenza nazionale del Paese africano. “Il messaggio al popolo maliano è un messaggio di unione sacra intorno al Mali, e chiedo loro di sostenere le forze armate di difesa e sicurezza. Questa è un’occasione per me oggi per congratularmi e incoraggiarli per tutti i loro sforzi per portare sicurezza e pace in Mali”, aveva dichiarato N’Daou. “E esorto anche il popolo maliano a sostenere i nostri alleati come le forze impegnate nell’operazione Barkhane, MINUSMA e nella task force Takuba”, aveva aggiunto, facendo riferimento alle operazioni della Francia, dell’ONU e dell’Unione Europea. In questo modo, il nuovo governo aveva dichiarato la propria posizione relativa alla presenza di truppe straniere sul proprio territorio nazionale, una questione sulla quale alcuni esponenti dell’opposizione maliana rimangono estremamente critici. 

Prima del colpo di Stato,  in Mali erano in corso da mesi manifestazioni e proteste che chiedevano le dimissioni dell’ormai ex-presidente per casi di corruzione e per il progressivo peggioramento delle condizioni di sicurezza in molte aree del Paese. Il malessere popolare era stato poi esacerbato il 5 giugno dalla diffusione dei risultati elettorali delle votazioni del precedente 19 aprile, che avevano assegnato al partito del presidente in carica, il Raggruppamento per il Mali (Rpm), la vittoria, nonostante le votazioni fossero state organizzate in condizioni dubbie e precarie, portando così la popolazione a scendere in strada. L’intervento dei militari ha poi portato al colpo di Stato del 18 agosto, che ha rovesciato il presidente Keita. Il 75enne, in carica dal 2013, aveva annunciato le sue dimissioni immediate in un breve discorso trasmesso dall’emittente nazionale ORTM, intorno a mezzanotte del 19 agosto scorso, presumibilmente dalla base militare di Kati, appena fuori Bamako, a 3 anni di distanza dalla scadenza del suo mandato. L’ormai ex-presidente ha anche dichiarato lo scioglimento del governo e dell’Assemblea Nazionale, sostenendo di non avere scelta difronte all’intervento delle forze armate e ha poi precisato di non voler assistere a spargimenti di sangue in difesa della sua posizione.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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