Libia: le forze di Haftar uccidono il leader dell’ISIS in Nord Africa

Pubblicato il 24 settembre 2020 alle 12:32 in Africa Libia

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Il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Ahmed al-Mismari, ha riferito, il 23 settembre, che le proprie forze sono state in grado di uccidere il leader dello Stato Islamico in Nord Africa, Abu Mo’az Al-Iraqi.

L’uccisione, stando a quanto riportato da media arabi, tra cui al-Arabiya e al-Wasat, è avvenuta a seguito di un’operazione condotta dalle forze dell’LNA, tuttora poste sotto la guida del generale Khalifa Haftar, nella regione di Sabha e, nello specifico, nel distretto di Abd al-Kafi. L’operazione aveva come obiettivo l’eliminazione di una cellula terroristica precedentemente identificata. Al-Mismari ha precisato che l’annuncio del 23 settembre rappresenta, in realtà, una continuazione di quanto dichiarato il 15 settembre, quando l’esercito di Haftar ha riferito di aver ucciso l’emiro dell’ISIS in Libia, oltre ad altri 9 terroristi appartenenti a una stessa cellula.

In particolare, le indagini condotte e le prove raccolte nei giorni successivi hanno mostrato che il leader ucciso non era Abu Abdullah, bensì Abu Mo’az Al-Iraqi, altresì noto come Abu Abdullah al-Iraqi, leader dello Stato Islamico nell’intera regione del Nord Africa. Al-Iraqi, secondo quanto riferito da al-Mismari, è giunto in Libia il 12 settembre 2014 con un altro terrorista, Abdulaziz al-Anbari, entrambi in possesso di passaporti falsi ed entrati nel Paese dopo essere passati per la Turchia. Come indicato dal leader defunto dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, al-Anbari era stato posto alla guida dell’organizzazione in Libia, mentre al-Iraqi era stato nominato suo vice. Successivamente, con l’uccisione di Abdulaziz a Derna nel 2015, Abu Abdullah è stato eletto leader dell’ISIS in Nord Africa. Secondo fonti investigative, il vero nome di al-Iraqi è Abdullah Al-Rabaei, diffuso tra i curdi iracheni. Ciò spiegherebbe il forte sostegno prestato dagli altri combattenti per difenderlo.

La presenza in Libia di forze appartenenti all’ISIS è stata ripetutamente confermata nel corso degli ultimi anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l’ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da “governi deboli”, come la Libia.

Lo Stato Islamico in Libia è presente attraverso tre ramificazioni, che prendono il nome dalle province di appartenenza. In particolare, Fezzan, situata nel deserto del Sud, Cirenaica, nell’Est, e Tripolitania, nell’Ovest. Tutti e tre i sottogruppi hanno giurato fedeltà al leader defunto Abu Bakr al-Baghdadi il 13 novembre 2014. Il 15 novembre 2019, poi, i militanti dello Stato Islamico in Libia hanno giurato fedeltà anche al nuovo leader dell’ISIS, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, succeduto ad al-Baghdadi il 31 ottobre dello stesso anno. Nel video trasmesso, ogni foto riporta una didascalia che cita: “Siamo a lato delle truppe del califfato del principe dei fedeli, lo sceicco jihadista, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi (che Allah lo protegga)”.

Il Global Terrorism Index 2019, relativo al 2018, ha inserito la Libia al 12esimo posto tra i Paesi che subiscono maggiormente la minaccia terroristica, con un indice pari a 6,76 su 10. Nonostante le capacità militari dello Stato Islamico siano notevolmente diminuite, il gruppo terroristico è ancora in grado di condurre attacchi contro obiettivi occidentali locali e nella regione circostante.

Nell’ambito della lotta contro l’ISIS, un ruolo di rilievo è stato svolto da Washington e dal comando statunitense in Africa (AFRICOM), responsabile di diversi attacchi aerei condotti contro le milizie terroristiche, situate in aree definite principali per la produzione di petrolio del Paese. Tra il 20 ed il 30 settembre 2019, quattro attacchi aerei hanno causato la morte di 43 militanti dello Stato Islamico ma, a detta di un funzionario della difesa statunitense, in Libia vi sono ancora circa 100 combattenti jihadisti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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