Italia e Libia discutono della cooperazione nel settore energetico

Pubblicato il 24 settembre 2020 alle 16:29 in Italia Libia

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Il presidente della National Oil Corporation (NOC) di Tripoli, Mustafa Sanalla, ha incontrato l’ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, per parlare della cooperazione tra la compagnia petrolifera nazionale libica e le aziende italiane impegnate nel campo del petrolio e del gas. È quanto ha riferito, giovedì 24 settembre, un comunicato stampa della NOC, specificando che Sanalla e Buccino hanno discusso principalmente “della situazione della sicurezza nei giacimenti petroliferi e nelle installazioni delle compagnie della National Oil Corporation”.

Il presidente della NOC ha poi accennato agli sforzi incessanti compiuti dalla sua società per ripristinare gradualmente i processi di produzione e le misure precauzionali volte a prevenire la pandemia di coronavirus. Il problema maggiore, tuttavia, è stato rappresentato dalla minaccia alla sicurezza posta dai gruppi armati del Paese nordafricano. La compagnia ha annunciato, il 22 settembre, di essere riuscita a revocare lo stato di forza maggiore dai giacimenti petroliferi e dal porto di Zueitina. Sanalla ha specificato che un team di esperti, che ha valutato la sicurezza nella zona negli ultimi giorni, ha evidenziato un significativo miglioramento della situazione e ha acconsentito alla ripresa della produzione e delle esportazioni verso i mercati mondiali.

La NOC ha sottolineato che, per il momento, sono stati considerati “sicuri”, oltre a Zueitina, anche i porti di Hariga e Brega, mentre il resto dei giacimenti e dei terminal petroliferi della Libia sono in fase di valutazione per testare la conformità della situazione attuale agli standard di sicurezza sul lavoro in vigore nel settore petrolifero nazionale. Per “sicuro” la NOC intende “liberi da forze o militanti locali o stranieri pro-Haftar, compresi i mercenari della compagnia russa Wagner”.

La compagnia ha precisato che la Zueitina Oil Company è il principale fornitore di gas da cucina e anche un’importante fonte di gas per il sistema costiero, consentendo al resto degli operatori di alimentare le centrali elettriche di Benghazi Nord e la centrale di Zueitina con gas combustibile. Questo sistema, ha aggiunto la NOC, allevia le sofferenze della popolazione nella città di Bengasi e nei suoi dintorni e fornisce gas combustibile pulito e regolare.

“Negli ultimi due giorni, abbiamo condotto una valutazione della sicurezza del porto di Zueitina e dei giacimenti della Zueitina Oil Company. La valutazione è stata positiva e ha concluso che c’è un miglioramento significativo della situazione della sicurezza che consente alla National Oil Corporation (NOC) di riprendere la produzione e le esportazioni verso i mercati globali”, ha dichiarato la compagnia di Sanalla.

La notizia della revoca dello stato di forza maggiore è giunta sulla scia dell’accordo firmato tra il vice-leader del Consiglio Presidenziale della Libia, Ahmed Maetig, e il generale di Tobruk, Khalifa Haftar, per sbloccare la produzione e le esportazioni libiche di petrolio. Il patto è stato annunciato attraverso un discorso televisivo, il 18 settembre, durante il quale il comandante Haftar ha affermato di aver acconsentito alla ripresa della produzione e delle esportazioni a condizione di un’equa distribuzione dei guadagni che ne deriveranno, aggiungendo: “Noi non saremo utilizzati per sostenere il terrorismo”. Haftar ha aggiunto di aver messo da parte considerazioni di natura politica e militare per rispondere al deterioramento delle condizioni di vita di molti libici.

Con la decisione del 18 settembre, nonostante i pareri discordanti sulle condizioni dell’accordo, Haftar ha posto fine ad un blocco sul settore petrolifero attuato dalle sue forze, l’Esercito Nazionale Libico (LNA), lo scorso 18 gennaio, per assestare un duro colpo al proprio rivale, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli. Questo perché, se da un lato le forze di Haftar controllano la cosiddetta mezzaluna del petrolio nell’Est e nel Sud del Paese, dall’altro, il governo di Tripoli gestisce la Banca Centrale, dove arrivano i proventi del settore e la NOC che si occupa delle operazioni legate al petrolio nel Paese.

Il blocco di gennaio ha causato ingenti danni al settore petrolifero della Libia che è passato dalla produzione di oltre un milione di barili al giorno a meno di 100.000. La Libia è il primo Paese in Africa per riserve di petrolio e il nono al mondo, per questo, il settore rappresenta la base della sua economia ma, dall’inizio del blocco imposto da Haftar, ha registrato una perdita in guadagni per un valore di 9,8 miliardi di dollari, secondo quanto stimato dalla NOC. Oltre al danno economico, la scarsità di petrolio ho poi acuito le carenze dal punto di vista elettrico e dei rifornimenti per la popolazione. Alla luce di tale quadro, nelle ultime settimane, a Bengasi, una roccaforte del generale Haftar, e in altre città,  tra cui anche Tripoli, la popolazione era scesa in strada, manifestando contro la corruzione, le interruzioni di corrente e la penuria di carburante e denaro. 

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese Nord-africano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i suoi principali esportatori di armi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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