Israele: record di contagi da coronavirus, dubbi sulla stabilità del governo

Pubblicato il 24 settembre 2020 alle 8:32 in Israele Medio Oriente

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Israele ha raggiunto un nuovo record di contagi da coronavirus, registrando un +6.861 casi positivi in sole 24 ore. In un clima caratterizzato da nuove e perduranti chiusure, ci si interroga sulle conseguenze economiche e sociali della pandemia.

Il Ministero della Salute israeliano ha riferito, il 23 settembre, che, a fronte di circa 60.000 test, 6.861 persone sono risultate positive al Covid-19. Il tasso di mortalità ha toccato quasi il 12%, mentre sono 1.352 i pazienti ricoverati in ospedale, di cui 668 in gravi condizioni. Si prevede che nel prossimo fine settimana i pazienti ricoverati possano superare quota 800, il che rappresenta il limite di capienza massimo per le strutture ospedaliere del Paese. Dall’inizio della pandemia, i casi positivi al coronavirus in Israele sono stati pari a 204.690, mentre il numero di decessi ammonta a 1.325, secondo i dati della Johns Hopkins University.

Di fronte a tale scenario, in un meeting governativo svoltosi il 23 settembre, alla presenza del premier Benjamin Netanyahu, le autorità hanno deciso di imporre nuove misure più restrittive per frenare la diffusione del virus e, in particolare, una chiusura globale a partire da venerdì 25 settembre. Il nuovo lockdown avrà una durata di due settimane. Le restrizioni includono la chiusura delle moschee, la riduzione del numero di partecipanti a manifestazioni e raduni, la chiusura di tutti gli stabilimenti industriali e i negozi non essenziali, la limitazione degli spostamenti e la sospensione dei voli dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

Allo scoppio della pandemia, Israele si era mosso rapidamente, chiudendo i confini del Paese e imponendo misure di lockdown che, almeno in un primo momento, sembravano aver frenato un’impennata dei contagi. Tuttavia, più parti hanno evidenziato come il governo abbia allentato le misure e riaperto l’economia troppo presto, provocando la formazione di nuovi focolai già nel corso dell’estate. Nel frattempo, il sistema economico israeliano non si è ancora ripreso da una grave recessione causata dal primo blocco e lo stesso Netanyahu è tuttora oggetto di accuse da parte di chi critica il modo in cui è stata affrontata l’emergenza sanitaria e le sue ripercussioni.

In tale quadro, l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale dell’Università di Tel Aviv ha messo in guardia dalle conseguenze della pandemia sull’economia, sulla società e sul mercato del lavoro israeliano. In particolare, in un sondaggio condotto nelle ultime settimane su un campione di 1.200 cittadini, è stato evidenziato come la popolazione israeliana abbia perso fiducia nel governo così come nelle istituzioni che lo circondano. A detta dell’Istituto, il Paese ha perso il controllo della situazione per diversi motivi, tra questi una mancata stabilità politica interna e l’incapacità della popolazione di rispettare le istruzioni stabilite dal governo. Il coronavirus, è stato evidenziato, è un disastro naturale, ma gli effetti della crisi economica e l’impatto che questa ha in diversi ambiti derivano in gran parte dal modo in cui viene gestita.

Circa i dati emersi dal sondaggio, il 74% degli israeliani ha rivelato di non fidarsi della Knesset, il Parlamento israeliano, mentre il 70% non si fida del governo di Netanyahu e ha riferito di non poter fare affidamento su di esso di fronte alla pandemia. Inoltre, il 63% del popolo israeliano ha affermato di aver perso fiducia anche nei confronti dei funzionari finanziari e il 47% dei responsabili del settore sanitario. Infine, il 51% degli intervistati ha mostrato una mancanza di fiducia verso le forze dell’ordine. Parallelamente, il 60% dell’opinione pubblica israeliana ritiene Netanyahu direttamente responsabile della cattiva gestione dell’emergenza sanitaria, mentre il 70% della popolazione ha accusato diversi leader politici per non essere riusciti a far fronte alla pandemia in modo adeguato. Per cambiare lo status quo attuale, il 61% degli intervistati crede che siano necessarie nuove elezioni, a fronte del 57% che, invece, vede un possibile cambiamento in movimenti di protesta. 

L’ipotesi proteste, hanno evidenziato alcuni ricercatori, è tuttora tra le più avallate dal popolo israeliano, il quale crede che Netanyahu abbia fatto leva sulla pandemia per ottenere guadagni personali. Tali idee, è stato precisato, provengono sia da esponenti di destra sia di sinistra, mostrando una precaria stabilità del ruolo del premier. Per provare a frenare una pericolosa mobilitazione popolare, Netanyahu ha introdotto piani economici. L’obiettivo è far fronte a perdite stimate a circa 40 miliardi di dollari, alla paralisi del settore economico e commerciale e ad un aumento del tasso di disoccupazione, dove sono circa un milione gli impiegati rimasti senza lavoro. I piani del premier includono sostegno finanziario, stanziamenti per famiglie, imprese e imprenditori. Questi hanno assopito momentaneamente i movimenti popolari, senza, però, spegnerli del tutto. Ciò, secondo alcuni, lascia presagire una possibile quarta tornata elettorale. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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