Hong Kong: timori per la libertà di stampa

Pubblicato il 24 settembre 2020 alle 13:49 in Cina Hong Kong

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La Hong Kong Journalists Association (HKJA) ha criticato le nuove regole imposte dalla polizia di Hong Kong per definire un “rappresentante della stampa”, sostenendo che limitino la presenza dei media a cui è consentito partecipare ad eventi pubblici, come le proteste, e quindi anche il controllo sulla polizia, il 24 settembre. Nella stessa giornata, l’attivista pro-democrazia, Joshua Wong, è stato arrestato con le accuse di riunione illegale durante una protesta del 5 ottobre 2019 e di aver indossato maschere, proibite dalla legge, sempre durante le manifestazioni popolari dello stesso anno.

Il 22 settembre, la polizia della regione amministrativa speciale di Hong Kong aveva informato quattro testate che avrebbe rivisto la definizione di “rappresentante della stampa”. Il giorno successivo, ha poi adottato le nuove linee guida, elaborate in base alle Regole generali della polizia, che riconoscono come “rappresentante della stampa” solamente chi appartiene ad un organo mediatico registrato nel sistema del Dipartimento per la Stampa del governo di Hong Kong o a media internazionali riconosciuti.

Secondo le nuove regole, i cartellini come “rappresentante della stampa” rilasciati dalla Hong Kong Press Photographers Association (HKPPA), dalla stessa HKJA e da altri media locali non saranno più validi, mentre saranno riconosciuti giornalisti di circa 205 tra istituti registrati dal governo dell’isola e media internazionali. Secondo le associazioni giornalistiche, la nuova mossa della polizia di Hong Kong limiterebbe l’operato e farebbe rischiare l’arresto a tutti quei free-lance e studenti-reporter che hanno finora immortalato alcune tra le scene più salienti delle proteste pro-democrazia, in corso dal 2019.

La polizia avrebbe particolari sospetti soprattutto sugli studenti-reporter, che appartengono per lo più alla generazione di gran parte dei manifestanti, avendo scoperto più tesserini falsi e dai quali ha affermato di essere stata attaccata. Secondo il direttore dell’Ufficio di Sicurezza di Hong Kong, Li Jia Chao, i cambiamenti apportati dalla polizia favorirebbero l’operato dei professionisti e non si sarebbe trattato di una ridefinizione del concetto di “giornalista”. Per Li la libertà di stampa resterà intatta in quanto protetta dalla Basic Law, la costituzione de facto dell’isola. La legge consentirebbe l’accesso a reporter accreditati ad aree delimitate dalla polizia, nonché darebbe loro la possibilità di condurre interviste laddove, solitamente, non viene fatto entrare alcun rappresentante di organi mediatici. A tal proposito, Li ha anche confermato l’istituzione di un team di liaison tra la polizia e i media, a testimonianza della collaborazione di lunga data tra la polizia di Hong Kong e la stampa.

Il 23 settembre, il Foreign Correspondents Club (FCC) aveva attaccato la decisione della polizia sostenendo che si sia trattato di un’ulteriore passo verso il logoramento della libertà di stampa di Hong Kong, una tempo esaltata, in quanto conferirebbe alla polizia l’autorità di decidere chi può o meno coprire le notizie che la riguardano, anziché lasciare tale compito agli editori o ai reporter stessi. Inoltre, anche la FCC aveva esternato timori circa la possibilità che i reporter non riconosciuti possano ora essere arrestatati per riunioni illegali e rivolte.

Alle dichiarazioni della FCC ha risposto da subito l’Ufficio di rappresentanza del Ministero Affari Esteri di Pechino a Hong Kong sostenendo che l’organizzazione debba immediatamente smettere di interferire negli affari interni di Hong Kong utilizzando il pretesto della libertà di stampa. L’Ufficio ha anche aggiunto che nel corso dei movimenti di rivolta anti-cinesi più individui avrebbero ostruito e interferito nell’operato della polizia utilizzando la scusa di essere reporter.

Le proteste ad Hong Kong erano iniziate il 31 marzo 2019, quando gli abitanti dell’isola avevano iniziato a manifestare contro una controversa proposta di legge che prevedeva l’estradizione verso la Cina continentale per i residenti di Hong-Kong. Nonostante tale proposta fosse stata ritirata, le proteste si erano evolute in una generale rivendicazione contro le ingerenze del governo centrale di Pechino nelle questioni interne dell’isola, diventando sempre più violente. A seguito del ritiro della proposta di legge, l’esecutivo di Hong Kong ha respinto le altre richieste dei manifestanti, tra cui figuravano: l’amnistia per i manifestanti detenuti, l’avvio di un’indagine indipendente sui presunti eccessi di violenza della polizia e il rilancio del processo di riforma politica in senso democratico. Con il passare del tempo, le proteste sono diventate sempre più frequenti e violente.

L’arresto di Wong è avvenuto proprio in riferimento a tali avvenimenti e, a sua detta, sarebbe stato un messaggio lanciato dalle autorità ai manifestanti di Hong Kong che pianificano di protestare nuovamente il primo ottobre prossimo, in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Nel 2020 il malcontento della popolazione di Hong Kong è continuando a crescere, soprattutto in relazione alla nuova “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale”,  in vigore dal primo luglio scorso. Con tale provvedimento, sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali, ed è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione.

Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese del 19 dicembre 1984. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, anche in materia legale, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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