Siria: il conflitto è nelle mani di Mosca e Ankara

Pubblicato il 23 settembre 2020 alle 10:47 in Russia Siria Turchia

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La regione siriana Nord-occidentale di Idlib sembra assistere nuovamente ad una relativa calma, dopo le recenti tensioni e il “peggior bombardamento di Mosca” degli ultimi mesi. Nel frattempo, Russia e Turchia continuano a svolgere un ruolo sempre più incisivo per il destino del Paese mediorientale.

A riferirlo, il quotidiano al-Arabiya, il 23 settembre. Il governatorato siriano Nord-occidentale di Idlib rappresenta l’ultima roccaforte posta sotto il controllo dei ribelli. Il 5 marzo scorso, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno raggiunto un accordo volto a stabilire un cessate il fuoco nella regione e l’organizzazione di pattuglie congiunte sulla strada internazionale M4. Il fine ultimo di Ankara è creare un’area smilitarizzata, una “safe zone”, distante circa 30 km dal confine siro-turco. Tuttavia, tali operazioni sono state più volte ostacolate da gruppi di ribelli locali e dall’organizzazione jihadista, di ideologia salafita, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), affiliata ad Al-Qaeda e coinvolta nella guerra civile siriana.

Parallelamente, la tregua è stata più volte violata dalle forze affiliate al presidente siriano, Bashar al-Assad, coadiuvate da Mosca, facendo temere una nuova escalation. Tra gli episodi più recenti, il 20 settembre, aerei da guerra russi hanno bombardato Idlib e l’area ad essa circostante, sferrando circa 30 missili. Si è trattato del peggior bombardamento di Mosca su Idlib dal cessate il fuoco”, il cui scopo era colpire le postazioni occupate dai ribelli del gruppo jihadista HTS. A detta delle organizzazioni locali, l’attacco ha provocato circa 29 vittime, tra morti e feriti.

Stando a quanto riportato da al-Arabiya, nel corso degli ultimi giorni Ankara e Mosca hanno tenuto incontri volti a discutere dei recenti sviluppi verificatisi a Idlib e nelle aree ad Est ed Ovest del fiume Eufrate, dove sono altresì presenti le Syrian Democratic Forces (SDF). Le due parti, secondo fonti di al-Arabiya, avrebbero deciso di preservare lo status quo attuale. Mosca, poi, si è rifiutata di consentire alle forze turche di lanciare una nuova offensiva militare contro le città di Tal Rifaat e Manbij, dove sono presenti combattenti curdi.

Di fronte a tale scenario, un accademico e analista politico russo ha sottolineato che è Ankara ad avere il compito di separare i gruppi terroristici da quelli moderati a Idlib. Ciò rende probabile l’ipotesi di una nuova offensiva da parte dell’esercito di Assad. Inoltre, se la Turchia dovesse fallire nella missione, le operazioni di pattugliamento con le forze russe potrebbero essere nuovamente compromesse, come accaduto il 15 settembre scorso.

Secondo l’analista russo, Putin ed Erdogan erano consapevoli, sin dal 5 marzo, che l’accordo delineato non sarebbe stato facilmente attuabile, ma i due starebbero provando a “guadagnare tempo prima di intraprendere un nuovo round di negoziati”. Mosca, dal canto suo, potrebbe continuare la propria offensiva contro Idlib, con il pretesto di voler contrastare la minaccia terroristica nella regione, e, nel caso in cui l’avanzata delle forze del regime venga ostacolata, potrebbe concedere ad Ankara di partecipare alle operazioni di ricostruzione future. L’obiettivo della Russia resta quello di impedire una nuova offensiva contro le SDF ed i gruppi curdi, così da scongiurare un maggiore intervento di Washington, loro sostenitrice. Parallelamente, la stessa Mosca starebbe provando a guadagnarsi la loro fiducia, con il fine ultimo di includerli nel processo di risoluzione politica.

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multietnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea. La Turchia, invece, si oppone all’idea che le SDF possano controllare un vasto territorio nei pressi dei propri confini, a tal punto da condurre, dal 2016, quattro operazioni nel Nord della Siria.

In tale quadro, il quotidiano Asharq al-Awsat ha affermato che Mosca starebbe altresì tergiversando in attesa delle elezioni presidenziali USA del prossimo novembre. Questo perché la Russia non ha accolto con favore le sanzioni di Washington contro il regime siriano, con riferimento al Caesar Act entrato in vigore il 17 giugno scorso, il quel impedirebbe a Paesi arabi e occidentali di contribuire alla ricostruzione della Siria o alla normalizzazione diplomatica e politica con Damasco. A detta del quotidiano, Mosca potrebbe essere in attesa di un completo ritiro degli Stati Uniti dalla Siria o di una loro “paralisi”.

A detta del quotidiano, Mosca potrebbe essere sempre più incoraggiata a stringere legami di cooperazione con Ankara, così da consentire l’avanzata delle forze di Assad nelle aree a Sud tra Idlib e Hama ed espandere la propria sfera di influenza intorno alla base di Hmeimim. In cambio, i gruppi filoturchi potrebbero essere autorizzati ad entrare nelle regioni di Manbij e Tal Rifaat, a Nord di Aleppo. Inoltre, da un lato, Ankara sta cercando di “flirtare” con i curdi siriani per tenerli lontani dagli Stati Uniti. Dall’altro lato, continua a collaborare con Teheran e Damasco, per trasformare l’Est dell’Eufrate in un’area ostile alla presenza statunitense e smantellare gradualmente le forze ad essi alleate, le SDF.

Il perdurante conflitto siriano è oramai entrato nel suo decimo anno. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo 

di Redazione

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