Gli interessi della Cina nella pace afghana

Pubblicato il 23 settembre 2020 alle 13:46 in Afghanistan Cina

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L’Afghanistan è un Paese di importanza strategica per la Cina e, come molti Paesi a livello internazionale, anche Pechino spera nel successo dei negoziati di pace intra-afghani tra il governo di Kabul e i talebani. In particolare, secondo più osservatori, la pacificazione del Paese e il progressivo ritiro delle truppe statunitensi dal suo territorio potrebbero aprire nuove opportunità alla Cina e consentirle di accrescere la propria influenza.

La pace in Afghanistan è, al momento, uno dei pochi punti d’incontro tra Washington e Pechino in materia di politica estera e, per raggiungerla sono in corso a Doha, in Qatar, negoziati tra una delegazione nominata dai talebani e una dal governo di Kabul, iniziati lo scorso 12 settembre e che potrebbero portare alla creazione di un nuovo governo. I negoziati sono iniziati stati resi possibili da un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato lo scorso 29 febbraio, con il quale, Washington si è impegnata a ridurre drasticamente l’impegno delle proprie truppe in Afghanistan. L’iniziativa è stata promossa dall’attuale presidente statunitense, Donald Trump, e si ritiene che sarà portata a compimento anche se il capo della Casa bianca dovesse cambiare, in quanto, anche l’avversario di Trump nella corsa alle elezioni presidenziali USA del prossimo 3 novembre, Joe Biden, sostiene il progetto.

Di fronte alla progressiva riduzione della presenza statunitense in Afghanistan, altre potenze potrebbero andare a colmare il vuoto che lascerà in ambito militare ed economico e la Cina potrebbe approfittarne per utilizzare l’Afghanistan come uno dei passaggi strategici in quella che è stata definita “la marcia ad Ovest” di Pechino ma anche per motivi di sicurezza interna.

La Cina, così come altri Paesi, teme lo sviluppo di organizzazioni terroristiche con base in Afghanistan, ritenuto una minaccia anche internamente. Per tale ragione, insieme al Pakistan, la Cina ha invitato i talebani a Pechino per parlare della sicurezza regionale e interna all’Afghanistan, il 22 settembre 2019. Secondo alcuni, a seguito di tale evento, il governo cinese avrebbe appoggiato l’inclusione dei talebani nel governo afghano in cambio della garanzia che il gruppo armato musulmano avrebbe impedito ad eventuali secessionisti della minoranza degli Uiguri, presenti nella regione autonoma cinese del Xinjiang di attraversare i confini e di stabilire basi in Afghanistan. Sempre con la stessa finalità, il governo di Pechino si sarebbe poi offerto anche di costruire arterie stradali nelle aree controllate dai talebani.

Arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang è una delle priorità del governo di Pechino che ha dichiarato di aver istituito “campi di educazione e addestramento” in tale regione proprio per arginare il fenomeno. Più voci della comunità internazionale hanno però accusato Pechino di aver portato avanti una campagna di repressione e violenze contro gli la minoranza etnica degli Uiguri costringendoli ai lavori forzati e alla reclusione all’interno di strutture isolate dove si cercherebbe di cancellare la loro identità in più modi, in quello che alcuni hanno definito “genocidio culturale”.

Dal punto di vista militare, poi, secondo alcuni osservatori, Pechino starebbe cercando di penetrare nei Paesi ad Ovest e quindi anche in Afghanistan. Nel 2018, l’ambasciata afghana a Pechino aveva dichiarato che la Cina stesse aiutando il proprio Paese a formare una brigata di montagna dell’Esercito a Nord, nonostante avesse garantito l’assenza di soldati cinesi in suolo afghano. Nello stesso anno, poi, il Ministero della Difesa afghano aveva dichiarato che una delegazione cinese si fosse recata nel proprio Paese per parlare dell’istituzione di una possibile base militare in territorio afghano. Tuttavia, le informazioni in merito non sono mai state esaustive o chiare e Pechino ha finora sempre ribadito di non essere interessata ad avere basi militari all’estero. A tal proposito, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, le intenzioni militari della Cina in loco potrebbero diventare più chiare e Kabul potrebbe essere maggiormente disposta ad accettare assistenza in materia di difesa e sicurezza da parte di Pechino.

Dal punto di vista economico, invece, l’Afghanistan ricopre una posizione potenzialmente strategica per il grande progetto infrastrutturale e di investimenti delle Nuove vie della Seta, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Con tale iniziativa la Cina intendere espandere la propria influenza economica e le proprie collaborazioni in materia di commercio, energia e sicurezza in tutta l’Asia per arrivare fino all’Africa e all’Europa. In tale quadro, Pechino potrebbe, ad esempio, coinvolgere Kabul nel progetto del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) e allargare i propri investimenti esteri anche a tale Paese dove, finora, sono stati limitati a causa sia della perdurante instabilità, sia della massiccia presenza statunitense.

Il CPEC, annunciato nel 2015 prevede la costruzione di infrastrutture che collegheranno internamente il Pakistan e che arriveranno anche in Cina, progetti energetici e l’istituzione di zone economiche speciali. In particolare, le infrastrutture che finanzierà la Cina consentiranno un collegamento tra il porto pakistano di Gwadar, sul Mar Arabico, e la città cinese di Kashgar, nel Xinjiang. La connessione sarà importante soprattutto per quanto riguarda il commercio petrolifero della Cina, il maggior importatore di greggio al mondo, la cui azienda statale, China Overseas Port Holding Company, gestisce le attività del porto pakistano dal 2016. Quest’ultimo ha un’importanza fondamentale nel progetto OBOR, in quanto rappresenta un importante punto di convergenza tra le rotte terrestri e marittime delle Nuove Vie della Seta. Applicare un simile progetto all’Afghanistan richiederebbe però stabilità interna al Paese e un governo attendibile ma il Paese da decenni versa in una situazione di grave instabilità.

Dopo la fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Dal 1996 i talebani presero il controllo su gran parte del Paese, in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali. Nel 2001, però, dopo che gli USA invasero l’Afghanistan il dominio talebano fu intaccato, e, da allora, il Paese ha vissuto in uno stato di perdurante guerra interna. Il gruppo islamista si riformò e iniziò a condurre una generale insorgenza che si è protratta fino ad oggi.Si stima che il conflitto intra-afghano, solamente nel 2019, abbia causato la morte di 10.000 persone e che nell’ultimo decennio abbia procurato 100.000 vittime. Oltre alle morti, la guerra in Afghanistan ha distrutto anche l’economia del Paese dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha di recente affermato che, al momento, sono gli aiuti stranieri, il cui principale donatore è Washington, a tenere in piedi il bilancio del Paese.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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