In Libia, la Turchia accusa l’UE di essere “di parte”

Pubblicato il 22 settembre 2020 alle 12:22 in Europa Libia Turchia

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Ankara ha condannato la decisione europea di sanzionare una compagnia turca accusata di violare l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite in Libia. Con questa mossa, ha affermato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il blocco mostra di portare avanti una politica di parte, basata sul pregiudizio e sul sistema del “doppio standard”.

Lunedì 21 settembre, l’UE ha congelato i beni della compagnia Avrasya Shipping, la cui nave da carico Cirkin è stata coinvolta, il 10 giugno, in un incidente militare con la Francia nel Mediterraneo orientale. Le tensioni sono sorte dopo che una nave francese, facente parte della missione europea volta a far rispettare l’embargo sulle armi in Libia, l’Operazione Irini,aveva chiesto di controllare un carico sospetto, trasportato da un’imbarcazione turca. Una fregata di Ankara era intervenuta nella situazione, impedendo alla Francia di svolgere l’ispezione. Parigi ha considerato la condotta turca un “atto ostile”, ma Erdogan ha accusato la sua controparte di diffondere “critiche infondate” e ha affermato che la nave da carico era stata incaricata di trasportare aiuti umanitari. 

Nonostante le smentite di Ankara, l’Unione Europea ha concluso che la compagnia Avrasya Shipping aveva utilizzato la sua nave mercantile per trafficare illegalmente armi in Libia. “L’operazione europea Irini premia Haftar e punisce il Governo libico riconosciuto dall’ONU”, ha affermato il Ministero degli Esteri turco in una nota, lunedì 21 settembre.  

L’operazione Irini è stata istituita il primo aprile 2020 per far rispettare l’embargo dell’ONU in Libia e fermare il traffico di armi. Si tratta di una missione militare europea, aerea e navale, attiva nel Mediterraneo orientale, che si occupa di condurre ispezioni in alto mare, al largo della Libia, su imbarcazioni sospettate di trasportare armi o materiale similare. La Turchia e il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli hanno respinto fin da subito la missione Irini, affermando che non sia abbastanza efficace e trascuri il controllo dei confini terrestri, attraverso i quali avviene il passaggio del maggior numero di armi e munizioni destinate all’esercito del generale libico Khalifa Haftar.  

Nel Paese nordafricano, Ankara sostiene, insieme a Qatar e Italia, il premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, a capo di un esecutivo nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015 e avallato dalle Nazioni Unite. Al contrario, appoggiano l’uomo forte di Tobruk, il generale Haftar, Egitto, Francia, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

“Trascurare quei Paesi, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti, e quelle imprese che inviano armi da terra e aria al golpista Haftar, in violazione delle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e, allo stesso tempo, considerare una violazione dell’embargo il sostegno fornito al governo legittimo è un chiaro segnale che l’UE è di parte”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri turco.

Oltre alle sanzioni contro la compagnia turca Avrasya Shipping, l’UE ha imposto sanzioni anche contro due uomini libici e ad altre due società estere, Sigma Airlines, del Kazakistan, e Med Wave Shipping, della Giordania. Quest’ultimaè considerata tra i principali esportatori di armi a favore di Haftar.”Quando si cerca di ridurre le tensioni nel Mediterraneo orientale, prendere una decisione così sbagliata è spiacevole”, ha aggiunto il Ministero, riferendosi alle trattative in corso per cercare di favorire la de-escalation tra Grecia e Turchia sulla delimitazione delle rispettive piattaforme continentali e sui conseguenti diritti di sfruttamento energetico. Sebbene le tensioni tra Ankara e Atene si siano ridotte negli ultimi giorni, in risposta alle sanzioni europee la Turchia potrebbe tornare a svolgere azioni unilaterali in quella parte del Mediterraneo, a discapito degli interessi di Grecia e Cipro.

Ankara è accusata di compiere “gesti provocatori” a causa delle attività di esplorazione e perforazione energetica condotte nelle acque contese del Mediterraneo orientale. In particolare, Atene e Ankara, entrambi membri della NATO, sono in disaccordo sui diritti di sfruttamento delle risorse di idrocarburi nella regione per via di opinioni contrastanti sull’estensione delle loro piattaforme continentali.

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Chiara Gentili

di Redazione

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